Cosmopolitan – Intervista a Pamela Tulizo, la fotografa congolese che racconta la vita delle donne di Kivu

Di Cecilia Alba Luè

La sua nuova serie Enfer Paradisiaque sarà in mostra dal 14 settembre alla galleria ArtNoble a Milano.#CosmoVillage

Stampe geometriche dai colori caldi, vesti avvolgenti che parlano di luoghi lontani, sguardi profondi in cui perdersi per sempre: sono immagini silenziose, eppure staremmo ad ascoltarle per ore. E in fondo è questa l’abilità di un artista visivo, il segreto di chi la fotografia non l’ha solo compresa, ma anche interiorizzata, rielaborata, rinnovata. Pamela Tulizo, 28 anni, originaria del Congo, è la fotografa che oggi celebra la sua estetica nel #CosmoVillage – lei che quel mistero lo ha decifrato attraverso un codice nuovo, unico e speciale. Nuovo perché attraverso di esso emergono e prendono (una meravigliosa, coloratissima) forma storie mai prima dette, ma da sempre vissute: sono quelle delle donne di Kivu, regione del Congo dove Pamela è cresciuta. Il lavoro dell’artista, nel quale si intreccia moda e tradizione, si concentra dunque soprattutto sull’indagine e l’espressione dell’identità femminile, come anche conferma il titolo della sua recente serie Double Identity, vincitrice nel 2020 del Dior Photography & Visual Arts Award for Young Talents.

Grazie all’incontro con uno dei fotografi attivo a Goma, dove oggi Pamela vive, Martin Lukongo ha imparato alcune tecniche fotografiche di base, e dopo mesi di pratica artistica, la fotografa ha partecipato a sessioni di formazione sulla fotografia con Yole Africa a Goma, in Senegal con Africalia, a Lubumbashi con il Picha Art Center. Il suo lavoro sulle donne è apparso alla Biennale di Lubumbashi, in diversi progetti come ELLE equals IL Kinsha-sa, Congo Harlem a New York, Kinshasa. Dal 14 settembre la sua nuova serie Enfer Paradisiaque sarà esposta in occasione della mostra collettiva Trois auteurs d’Histoire: Nelson Makengo, Georges Senga, Pamela Tulizo alla galleria ArtNoble, situata nell’area di Lambrate a Milano. E nell’attesa di scoprirne le opere inedite, abbiamo intervistato Pamela che è entrata nel nostro #CosmoVillage per raccontarci la sua arte.

Ciao Pamela, facciamo un passo indietro. In quale momento hai deciso che saresti stata una fotografa e perché? Ho deciso di diventare fotografa subito dopo aver terminato i miei studi da giornalista, quando ho cominciato a lavorare per una casa di produzione media locale a Goma. Durante il mio stage, ho acquisito l’esperienza di presentatrice e giornalista sul campo, lavoravo anche in tv. Secondo le regole interne della casa di produzione, dovevo ovviaente rispettare una linea editoriale ben precisa – a me però interessava più parlare del ruolo della donna, volevo essere più libera insomma. Ho scoperto che la fotografia era il mezzo per farlo: quando sei giornalista non puoi dire quello che vuoi, ma quando sei una fotografa indipendente sì.

Quali sono le fonti ispiratrici della tua arte? Le donne di Kivu.

Nel 2020 hai vinto il Dior Photography & Visual Arts Award for Young Talents con la tua bellissima serie Double Identity. Cosa pensi abbia convinto i giudici che il premio dovesse essere tuo?Dietro ogni mia foto si cela una storia e credo che a sedurre la giuria siano state le storie di vita reali che la mia arte racconta.

Che cosa rappresenta la moda secondo la tua visione artistica? La moda è una forma d’espressione, un linguaggio, che mi permette di raccontare una storia.

Il tuo lavoro si concentra principalmente sulle espressioni dell’identità femminile. Chi è la donna che emerge dalla tua ricerca? Una donna che non si arrende, che lotta con forza, dignità, perseveranza e resilienza. Qualsiasi sia la sua situazione in cui essa viva, io voglio ritrarre la speranza e il sogno che ci celano dietro le storie queste donne, andando oltre alla loro apparenza esteriore.

Dal 14 settembre sarai in mostra nella galleria ArtNoble di Milano con la serie Enfer Paradisiaque e noi non vediamo l’ora di scoprirla. Come sei venuta in contatto con loro? Che cosa speri di comunicare al pubblico di Milano? Io ho conosciuto Gabriele Salmi, che da anni collabora con Picha e quindi con la Biennale di Lumumbashi, proprio a Lumumbashi; è stato lui a presentare il mio lavoro ad Angelica Litta Modignani, la curatrice della mostra. Lei insieme a ArtNoble hanno deciso di concepire questo progetto collettivo. La maggior parte di noi congolesi non ha controllo sul lato infernale del nostro paese, che ha anche coinvolto la terribile tragedia della scomparsa dell’ambasciatore Attanasio, ma la verità è che il Congo è anche un paradiso terrestre: io sono sicura che se facessimo tutt* uno sforzo il Congo possa tornare presto a splendere. Abbiamo bisogno dell’aiuto del governo congolese, dell’Unione Africana, dell’Unione Europea, di tutto il mondo. Per me è un onore partecipare attraverso alla mia arte alla commemorazione della vita di quest’uomo, oltre che offrire una nuova prospettiva al pubblico italiano ed europeo attraverso la quale conoscere il Congo.



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ArtsLife – La scena artistica del Congo in un trittico d’autore. A Milano una mostra omaggio all’ambasciatore italiano Luca Attanasio

Di Fabrizio Renzi

Trois auteurs d’Histoire con Nelson Makengo, Georges Senga e Pamela Tulizio è il nuovo progetto promosso da ArtNoble Gallery che nasce come omaggio all’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il cui coinvolgimento personale e professionale nel sostegno dell’arte e della cultura in Congo richiede una commemorazione. A cura di Angelica Litta Modignani, dal 14 settembre 2021, a Milano.

Trois auteurs d’Histoire: Nelson Makengo, Georges Senga, Pamela Tulizo, è una conversazione a tre che ha l’obiettivo di portare a Milano uno spaccato della scena artistica contemporanea congolese attraverso le pratiche molto diverse di questi tre artisti che, negli ultimi anni, hanno conquistato un ruolo sulla scena internazionale vincendo premi, residenze e figurando nelle passate edizioni delle Biennali congolesi. Inoltre, la mostra ambisce a fare da connettore culturale fra le tre città di provenienza degli artisti -Kinshasa, Lubumbashi e Goma-, i cui tratti culturali profondamente diversi e disgiunti permeano il lavoro di ognuno. Gli autori dialogheranno nello spazio facendo interagire i lavori, accomunati dal medium della fotografia. Il percorso espositivo sarà composto dalle immagini in movimento del video Up at Night (2019) di Nelson Makengo, corredato da un’installazione, dal trittico fotografico di Georges Senga Le Vide (2019) stampato in grandi dimensioni e dall’ultima serie di fotografie estremamente rielaborate e quindi fantastiche, appena prodotta da Pamela Tulizo. La mostra espone le realtà di un triangolo congolese fra tre regioni, e tre città, che concorrono alla costruzione e allo sviluppo continuo dell’identità del paese. Le tematiche della mostra, dalla mancanza di corrente elettrica a Kinshasa alla storia dello sfruttamento delle risorse minerarie del paese, fino al ruolo della donna nella regione di Kivu, sono impregnate delle vite di chi le ha vissute ed è qui per raccontarle. La mostra è stata progettata in collaborazione con la curatrice ospite Angelica Litta Modignani e con l’associazione culturale indipendente Picha. Fondata nel 2008 a Lubumbashi da un gruppo di giovani artisti con lo scopo di promuovere l’arte contemporanea della città, Picha, attraverso l’organizzazione della Biennale di Lubumbashi e di moltissimi Atelier D’Artiste, è da allora il trampolino di lancio per lo sviluppo internazionale della carriera degli artisti in Congo. Le storie biografiche dei tre artisti in mostra sono intrecciate con la storia di Picha, che li segue e accompagna fin dall’inizio.

Un testo critico del presidente dell’associazione Jean Katambayi Mukendi accompagna la mostra che lega così gli artisti selezionati per questa collettiva.

GLI ARTISTI

  • Nelson Makengo
    Nato nel 1990, Nelson Makengo vive e lavora a Kinshasa. È regista, artista visivo e produttore congolese il cui lavoro oscilla tra arte contemporanea e cinema. Makengo ha partecipato alla Berlinale Talents 2020 ed è stato membro della giuria al Festival Internazionale del Cinema Documentario di Amsterdam (IDFA) del 2020. Up at Night (2019), il suo sesto cortometraggio, ha vinto diversi premi, tra cui: Short Documentary all’IDFA 2019 (Inserito per gli Oscar 2021), Dérives FIFF, Namur 2020, Fidadoc 2020, Best documentary Miradasdoc 2021 ed è stato proiettato in più di cinquanta prestigiosi festival internazionali e istituzioni di arte contemporanea, tra cui Sundance, Full Frame Documentary, True/False Film Fest, Cinéma du réel, London Short Film Festival, Encontro De Cinema Negro, Zozimo Bulbul – Brésil, WIELS Art Center, Galérie Imane Fares, Cité de l’Architecture et du Patrimoine Paris. Il suo cortometraggio del 2018, E’ville, è stato presentato in più di 30 festival in tutto il mondo, vincendo diversi premi, inclusi il Sharjah Art Foundation Residency Prize alla Biennale di Videobrasil 2019, miglior documentario breve al Rwanda Film Festival 2019 e Grand jury prize St Louis Film Festival, Sénégal.
  • Georges Senga

Georges Senga è nato nel 1983 a Lubumbashi. La sua ricerca fotografica si sviluppa intorno alla storia e alle storie che si rivelano nella “memoria, nell’identità e nella tradizione”, facendo luce sul nostro agire e sul presente. Nel 2009 ha vinto il premio speciale alla seconda edizione dell’African Photo Contest a Tarifa, Spagna e ha esposto al Centro Culturale Francese di Lubumbashi. Nel 2010, la serie Empreintes è stata selezionata dal curatore Simon Djami per la Biennale di Lubumbashi. L’anno seguente, questa serie è stata presentata anche a Tarifa, Nairobi e Bamako. Dal 2011 al 2013, Georges ha partecipato al programma “Master Class” organizzato dal Goethe Institute di Johannesburg in diverse città dell’Africa. A Life After Death su Patrice Lumumba è stato esposto ai Dialoghi della Galleria d’Arte Contemporanea del Museo Nazionale di Lubumbashi nel 2013, alla Biennale di Kampala, all’ADDIS PHOTOFEST nel 2014, al Centro Culturale BRASS di Bruxelles e alla Biennale di Bamako dove ha vinto il Leon African Award nel 2015. Dal 2015 al 2017, Senga crea un’altra nuova serie This house is not for sale and for sale tra Lubumbashi in DR Congo e San Paolo in Brasile. Durante la sua carriera, Senga ha ricevuto vari premi tra cui: i Premi Thamie Mnyele (Paesi Bassi, 2019), DemoCrasee, Biennale di Bamako (Mali 2017), CAP PRIZE – Premio Internazionale di Fotografia Africana Contemporanea dall’IAF di Basilea (Svizzera, 2017), SADC Research Residency Prohelveltia (Sudafrica, 2017), SADC Research Residency Prohelveltia (Sudafrica, 2014), menzione Speciale, PHOTOAFRICA (Spagna, 2009). Da gennaio 2014 a febbraio 2020, Georges Senga ha svolto numerose residenze in Belgio, Germania e Paesi Bassi e nel 2020-2021 partecipa alla residenza di Villa Médicis – Académie de France a Roma.

  • Pamela Tulizo

Nata nel 1993 a Bukau, Pamela Tulizo è una fotografa documentarista e artista residente a Goma. Dopo aver inizialmente studiato giornalismo, Pamela ha frequentato una residenza presso la scuola di fotografia Market Photo Workshop a Johannesburg, Sud Africa, nel 2019. Il suo lavoro si concentra principalmente sulle espressioni dell’identità femminile. La sua recente serie intitolata Double Identity, ha vinto il 2020 Dior Photography & Visual Arts Award for Young Talents. Grazie all’incontro con uno dei fotografi attivo a Goma, Martin Lukongo ha imparato alcune tecniche fotografiche di base, e dopo mesi di pratica artistica, Pamela ha partecipato a sessioni di formazione sulla fotografia con Yole Africa a Goma, in Senegal con Africalia, a Lubumbashi con il Picha Art Center. Il suo lavoro sulle donne è apparso alla Biennale di Lubumbashi, e in diversi progetti come ELLE equals IL Kinshasa, Congo Harlem a New York, Kinshasa. È una collaboratrice di Agence France-Presse.



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ArtShapes – Trois auteurs d’Histoire alla ArtNoble Gallery di Milano

Di Arianna Grossi

Fino al 28 ottobre sarà possibile visitare il nuovo progetto esposto alla ArtNoble gallery di Milano: Trois Auteurs d’Histoire si delinea come racconto fotografico che si presta alla testimonianza storica della realtà contemporanea della Repubblica Democratica del Congo. I protagonisti – Nelson MakengoGeorge Senga e Pamela Tulizo – si pongono come narratori del reale con la sensibilità e la predisposizione dell’artista; al tempo stesso si espongono attraverso la propria storia individuale, le proprie origini, i propri ricordi e legami con la comunità di provenienza.

Lubumbashi, Goma e Kinshasa. Queste le tre città di cui possiamo ascoltare le storie non scritte di bambini, donne, lavoratori che tutti i giorni lottano per la sopravvivenza e l’affermazione della propria identità. I tre artisti svelano i segreti delle strade, delle miniere, delle case al buio; restituiscono voce e dignità alla sofferenza, agli sforzi quotidiani e alla terra stessa con i suoi prodotti. La fotografia si affratella alla poesia ritraendo con estrema vividezza e forza emotiva gli sguardi sopraffatti, la fatica fisica, ma anche la determinazione e le aspirazioni più alte di queste comunità. L’approccio sistematico però permette ai loro tre obiettivi di non fermarsi al racconto individuale, diventano infatti testimoni della macro Storia, evidenziando la precarietà stazionaria del Congo post-coloniale, le responsabilità politiche nazionali ed internazionali.

Apre la mostra il trittico di George Senga Le vide (Il vuoto) del 2019. La sua ricerca si orienta verso la ricostruzione della memoria storica collettiva del Paese, sottolineandone sia la componente di trasformazione temporale che quella identitaria. L’artista si concentra in questo lavoro sulla storia dello sfruttamento minerario, sull’abuso della manodopera e sulle esportazione delle risorse del Congo. Senga, infatti, ha trascorso un lungo periodo a contatto con i minatori di Kipushi, Likasi e Kolwezi, zone di estrazione di rame, cobalto, litio ed altri minerali destinati al commercio estero.

Il risultato di questo progetto archivistico sono tre “mosaici” di fotografie. Il primo ritrae le mani dei lavoratori, molte mani diverse segnate ugualmente dalla fatica, a cui l’artista però lascia la propria intimità riprendendone solo il dorso; mani che raccontano vite private della prospettiva sull’avvenire. La seconda parte del lavoro registra la quotidianità, ovvero i resti che rimangono sul terreno a fine giornata, come pacchetti di sigarette o batterie per torce e radio. Infine, Le vide III mostra gli strumenti da lavoro usati nelle cave, che solitamente i minatori lasciano nel sottosuolo. L’artista ha quindi stabilito legami ed è entrato in confidenza con le persone tanto da convincerle a portare alcuni attrezzi alla luce.

La donna di Goma

La donna di Goma, soggetto dedicatario di tutti gli scatti di Pamela Tulizo, investe i corridoi della galleria con la sua bellezza fiera e lo sguardo determinato. La giovane fotografa lavora affinché l’identità della donna congolese, e in questo caso della sua regione natale del Kivu, oltrepassi le frontiere e possa affermarsi in contrasto con gli stereotipi occidentali. Tulizo ribalta l’idea per cui la donna africana sia mera vittima della sua condizione sociale, ne enfatizza la forza, le più alte aspirazioni e anche la voglia di lusso che necessariamente si scontra con la lotta per la sopravvivenza.

La musa dell’artista si presenta come una vera e propria modella: curatissima nei dettagli, truccata e in posa secondo l’estetica della moda occidentale, sfila con abiti scenografici e fastosi. Eppure proprio gli abiti fanno scaturire i diversi piani di lettura di queste opere, portano con loro la dicotomia caratteristica della donna di Goma, con ironia svelano crudelmente la povertà della popolazione. Le applicazioni sui vestiti sono infatti realizzati con beni di prima necessità: fagioli, mais, scatole di fiammiferi, taniche per l’acqua, carbone e prese elettriche. Attraverso gli elementi della sopravvivenza Tulizo compie sia una denuncia storico-sociale, sia riesce a nobilitare la figura della donna africana. La donna di Goma, soggetto dedicatario di tutti gli scatti di Pamela Tulizo, investe i corridoi della galleria con la sua bellezza fiera e lo sguardo determinato. La giovane fotografa lavora affinché l’identità della donna congolese, e in questo caso della sua regione natale del Kivu, oltrepassi le frontiere e possa affermarsi in contrasto con gli stereotipi occidentali. Tulizo ribalta l’idea per cui la donna africana sia mera vittima della sua condizione sociale, ne enfatizza la forza, le più alte aspirazioni e anche la voglia di lusso che necessariamente si scontra con la lotta per la sopravvivenza.

La musa dell’artista si presenta come una vera e propria modella: curatissima nei dettagli, truccata e in posa secondo l’estetica della moda occidentale, sfila con abiti scenografici e fastosi. Eppure proprio gli abiti fanno scaturire i diversi piani di lettura di queste opere, portano con loro la dicotomia caratteristica della donna di Goma, con ironia svelano crudelmente la povertà della popolazione. Le applicazioni sui vestiti sono infatti realizzati con beni di prima necessità: fagioli, mais, scatole di fiammiferi, taniche per l’acqua, carbone e prese elettriche. Attraverso gli elementi della sopravvivenza Tulizo compie sia una denuncia storico-sociale, sia riesce a nobilitare la figura della donna africana.

“We are tired of the darkness”

Attraverso l’ultimo obiettivo, quello di Nelson Makengo, il visitatore viene catapultato tra le strade della capitale Kinshasa. Nel video-documentario Up at Night (Nuit debout) l’artista riporta scene, parole, volti degli abitanti, bussando alle loro porte, registrando i loro sforzi e l’autenticità di chi è costretto a vivere al buio. Infatti, l’elettricità prodotta dalle più grandi dighe idroelettriche viene destinata all’esportazione e utilizzata all’interno del Paese per una misura inferiore al nove per cento. La popolazione di Kinshasa deve abituarsi al buio, nessun lampione o luce in casa, l’oscurità ingloba qualsiasi speranza di emancipazione della comunità. E contro questo nero profondo si scagliano unicamente i LED utilizzati dai civili, dai venditori ambulanti, dai bambini; le piccole batterie – spesso nel video se ne vedono a forma di sole – illuminano volti segnati da sacrifici e rassegnazione.

Up at Night si serve della tripartizione dello schermo per riportare frammenti, scorci e racconti nel modo più funzionale; la narrazione risulta allo stesso tempo lineare e frammentata, realistica e fantastica. Due installazioni accompagnano il video: una di queste riproduce la postazione di un venditore ambulante, con un ombrellone con attaccata una pila al neon per illuminare intorno a sé e i propri prodotti e tanti LED esposti in vendita. La seconda installazione è di tipo fotografico: accostamenti di foto realizzate in occasione della ripresa del documentario, trasposte su sfondo nero. L’artista ottiene così immagini, sfumature, rilievi di grandissimo impatto; occhi spaesati, rughe profonde, pullulamenti di lampadine squarciano il buio con una forza emotiva travolgente.



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Artribune – Tre giovani artisti dal Congo e la storia del loro Paese. Una mostra a Milano

Di Livia Milani

ArtNoble inaugura la sua seconda mostra, esponendo le opere di tre artisti congolesi: Nelson Makengo, Georges Senga e Pamela Tulizo.

La giovane galleria ArtNoble, in zona Lambrate a Milano, riapre le porte con la mostra Trois auters d’Histoire, offrendo un focus inedito su come, attraverso l’arte, sia possibile immergersi nella realtà storica, mettendone in evidenza le contraddizioni interne. È il territorio congolese il protagonista di questo racconto, analizzato attraverso lo sguardo di tre artisti: Nelson Makengo (Kinshasa, 1990), Georges Senga (Lubumbashi, 1983) e Pamela Tulizo (Bukau, 1993).

La mostra, a cura di Angelica Litta Modignani, è stata realizzata come omaggio a Luca Attanasio, ambasciatore italiano ucciso nei pressi di Goma lo scorso 22 febbraio, e vuole aprire una riflessione sulle problematiche socio-politiche che investono il Congo, ma che hanno una ricaduta a livello globale. Attraverso l’utilizzo del medium fotografico, gli artisti guardano a tre diverse zone, rispettivamente le loro città d’origine, e creano un archivio fatto da una costellazione di storie, intrecciando il proprio vissuto individuale con le vicende non scritte, ma tramandate oralmente e confrontandosi con il peso della Storia in senso collettivo.

I TRE ARTISTI IN MOSTRA A MILANO

Il percorso espositivo si apre con il lavoro fotografico Le Vide, realizzato da Georges Senga nel 2019 e risultato di una ricerca articolata a partire dall’indagine sull’attività estrattiva in Congo. Infatti, il continente africano in generale, ma nello specifico alcuni dei territori congolesi (Lubumbashi e dintorni, Kindu, Nord Kivu, Sud Kivu), sono al centro dei grandi interessi minerari fin dall’epoca coloniale. L’artista, eseguendo un excursus storico, riflette sull’abuso della manodopera e sulla presenza di chi quotidianamente vive e lavora in questi luoghi. Le fatiche e la durezza di questo lavoro, legato a forme di sfruttamento, si esprimono con un mosaico di diverse mani, di resti e di strumenti e si confrontano con il vuoto causato dalla mancanza di prospettive future.

Dalle miniere nei pressi di Lubumbashi, gli scatti di Pamela Tulizo conducono nella città di Goma, dove l’artista ha realizzato nel 2021 Enfer Paradisiaque. Questa serie di fotografie pone al centro la donna come simbolo della resistenza individuale e collettiva di fronte alle sfide quotidiane per la sopravvivenza, causate della scarsità di cibo, acqua ed elettricità. L’artista decide di realizzare queste fotografie in alcuni dei luoghi che hanno caratterizzato la sua infanzia e pone al centro del suo lavoro l’idea della sfilata di abiti realizzati con beni di prima necessità come fagioli, mais carbone, fiammiferi, foglie di manioca, lampadine e taniche di acqua. Tulizo, così, da un lato apre una sferzante critica nei confronti dell’alta moda di stampo occidentale e, dall’altro, offre una diversa lettura del ruolo della donna che, da vittima in uno stato di povertà secondo la stampa internazionale, diventa agente della propria lotta e della propria indipendenza.

LA MANCANZA DI LUCE SECONDO NELSON MAKENGO

La traiettoria espositiva si chiude con Nelson Makengo che in Up at Night cattura i paesaggi lunari e, entrando nelle case degli abitanti di Kinshasa, mostra una quotidianità fiocamente illuminata da batterie a LED. L’artista, ponendo al centro della sua ricerca il problema dell’assenza di elettricità per la popolazione congolese, si fa portavoce della forza di una narrazione che continua a esistere anche nella penombra, facendo emergere il carattere di resistenza collettiva che continua a illuminare il substrato.

Il video-documentario, realizzato nel 2019, occupa lo spazio della galleria attraverso una commistione di voci e suoni ed è affiancato da un’installazione scultorea che ricrea il baracchino di un venditore ambulante di caricatori portatili con luci a LED. La parete nera dello spazio espositivo si anima così di luci, ricreando la dimensione dello sforzo, del sacrificio e “dell’auto-illuminazione a qualsiasi costo” (Nelson Makengo).



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Exibart – Zeitgeber (Donatore di tempo)

ArtNoble gallery è lieta di presentare Zeitgeber (donatore di tempo), mostra collettiva che inaugurerà il 22 aprile
presso i nuovi spazi della galleria a Milano, in Via Ponte di Legno 9.
Coniato da Jürgen Aschoff (1913-1998) – medico, biologo, fisiologo comportamentale e uno dei padri della moderna cronobiologia –, il termine zeitgeber è usato in etologia per indicare un fattore esterno a un organismo, capace di sincronizzarne l’orologio biologico rispetto al contesto ambientale. È l’interno mediato dall’esterno, un fenomeno regolatore il cui esempio maggiore è forse la luce, proprio per i suoi rapporti con i cicli biologici e i ritmi di sonno veglia. In questo senso lo zeitgeber è ‘donatore di tempo’ – dalle parole tedesche zeit, tempo, e geber, datore –: regola la ritmica del vivente e vi compartecipa, concerta in coro le metamorfosi, quelle che avvengono in natura così
come nelle fiabe e nei miti, presentandosi come ‘spirito’, ‘agente’ o ‘entità’ nelle storie radicate ai territori.
Gli artisti in mostra condividono quest’interesse, tanto teorico quanto pratico, rispetto all’osservazione dell’ambiente
naturale e animale, allo studio dei fenomeni atmosferici e biologici, fino a quegli aspetti magici che accompagnano
le metamorfosi che avvengono in natura.Pratiche e tecniche differenti legate a luoghi diversi, e quindi a esperienze biografiche singolari, ma accomunate da un’affezione comune: quella del sentire e, per certi aspetti, fare il paesaggio. Per questo, la mostra è stata concepita come un concerto a più voci, come una ‘variazione
su tema’, non solo mettendo a dialogo le opere, ma anche proponendo una bibliografia di riferimento, discussa
collettivamente con gli artisti, che rimarrà disponibile al pubblico per la durata della mostra.
Così che le sculture di Edoardo Manzoni, legate ai temi della mimesi, della caccia e della seduzione, anche rispetto
ai garnments animali e alla loro apparente disfunzionalità, conducono l’artista a dialogare con l’installazione
di Silvia Mariotti, attenta allo studio di ambienti notturni e crepuscolari, alla stratificazione di elementi reali e arti artificiali e alla simbologia dei paesaggi carsici. A questi lavori si affiancano gli strati pittorici attraverso i quali Simon
Nicasz-Dean, nei suoi monotipi, gioca con il tempo, sovrapponendo momenti diversi negli stessi ambienti. Una
memoria in movimento, un ricordo che conforma lo spazio a un’interiorità, a un inconscio a cavallo tra il soggettivo
e l’ambientale. L’aspetto soggettivo e le immagini di fiori provenienti dall’infanzia giocano un ruolo importante nei
lavori di Katherine Jones, pensati come serre destinate a proteggere le piante tropicali instabili e altre specie migrate, sottolineando così il ruolo dell’ambiente artificiale e naturale come agente trasformatore e selettivo. Giovanni Chiamenti presenta invece una serie di lavori in ceramica, ibridi tra l’animale e il vegetale che vogliono riflettere sugli adattamenti delle specie e le loro metamorfosi, insieme con una scultura in plexiglass realizzata attraverso l’elaborazione di dati falsati da un A.I. Un’altra metamorfosi è quella a cui si interessa Giulia Mangoni, che ricostruisce la storia di Marica, ninfa pre-romana continuamente soggetta a distorsioni di natura e mai iconograficamente fissata, nell’intento di ripensare una possibile attualità di questa figura legata tanto all’universo naturale quanto alla cultura e alla storia dell’Isola del Liri. Infine, Michele Guido è presente in qualità di voce narrante
e ‘accompagnatore’ della mostra. Con il testo Coltivare la luce/Seminare la carta, l’artista ricerca le suggestioni, le immagini e i tropismi che s’intravedono nella concertazione delle opere in mostra e nelle sensibilità degli artisti, presentando anche due recentissime produzioni, in forma di lightboxes, dal titolo foglia_luce. Due riprese fotografiche che evidenziano come il processo del fototropismo vegetale annienti l’architettura per cercare la luce, dicome nutrimento e morfologia siano strettamente legati da un ‘fenomeno luminoso’.



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ArtAround – Zeitgeber (donatore di tempo)

Il 22 aprile inaugura a Milano ArtNoble, nuova galleria in zona Lambrate.

Fondata da Matthew Noble, apre con una collettiva dedicata a un gruppo di artisti emergenti.

In mostra sfilano le opere di Giovanni Chiamenti, Simon Nicasz-Dean, Katherine Jones, Giulia Mangoni, Edoardo Manzoni e Silvia Mariotti.

I lavori figurativi, le sculture e le installazioni esposti per l’occasione sono posti in dialogo con una selezione di stampe fotografiche presentate in forma di lightbox da Michele Guido (1976), artista che ha scritto anche il testo che accompagna la mostra.



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ArtsLife – Da Edoardo Manzoni a Silvia Mariotti. Donatori di tempo in mostra a Milano

Di Helena Santidrián Mas

Milano. Ultimi giorni per vedere la mostra di Matthew Noble, giovane gallerista, ha inaugurato il suo nuovo spazio, Artnoble, a Lambrate lo scorso 22 aprile con la collettiva intitolata “Zeitgeber (donatore di tempo)”. La galleria è uno spazio tipo white cube in un seminterrato di Via Ponte di Legno 9

Espongono in questa prima mostra sette artisti: Giovanni Chiamenti, Simon Nicasz-Dean, Michele Guido, Katherine Jones, Giulia Mangoni, Edoardo Manzoni e Silvia Mariotti. Il gruppo riflette attraverso variegate tecniche e supporti (fotografia, scultura, installazione, ceramica, olio su tela, plexiglass…) sul concetto Zeitgeber, termine tedesco che si potrebbe tradurre, pur in modo non accurato, come “temporizzatore” o “sincronizzatore”. La parola è composta da due radici: Zeit, tempo, e Geber, datore, cioè, donatore di tempo, concetto proposto da Jürgen Aschoff (1913-1998), biologo tedesco, per definire un fattore esogeno che interferisce a livello endogeno; per noi mortali, per indicare un elemento esterno al corpo di un essere vivente che sincronizza (dona tempo!) l’organismo rispetto all’ambiente.

I sette artisti condividono questo concetto come punto di riflessione nelle loro opere, e l’elemento comune fra di loro è senza dubbio una certa organicità: ci troviamo immersi, pur essendo all’interno di un cubo bianco, fra opere con foglie, con aspetto di animali, piante, legno…Sia a livello tecnico che pratico il mondo animale e vegetale agisce come filo conduttore della mostra, e le diverse voci degli artisti declinano in mille modi l’idea di ‘donatore di tempo’. Sono una trentina di opere a popolare la galleria e a offrirci diversi sguardi su questo suggestivo concetto.

Alla fine della mostra Artnoble (e gli artisti) propone una bibliografia, parecchi libri disposti su un tavolo, disponibili al pubblico, per farci riflettere su questa strana immagine dalle mille facce, Zeitgeber.

La mostra ci fa pensare, con questo dialogo fra pezzi, tecniche, supporti, artisti, al fatto che forse sono le opere quelle che si donano tempo a vicenda, quelle che si sincronizzano le une con le altre, quelle che sono in realtà donatrici di tempo – e forse siamo anche noi, spettatori, gli organismi sincronizzati con l’ambiente della galleria…forse è l’arte ad agire come Zeitgeber, è l’arte il fattore esterno che ci influenza, che ci regola, che ci sincronizza…



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ArtShapes – The Wall Project #Groupshow, la mostra collettiva sui giovani talenti italiani alla galleria ArtNoble di Milano

Di Arianna Grossi

Una grande mostra collettiva riunisce le opere inedite di dieci artisti italiani, attivi sulla scena internazionale, nella nuova ArtNoble gallery di Milano, The Wall Project. Alessia Romano e Federico Montagna, curatori dell’evento, hanno scelto uno spazio intimo e allo stesso tempo impattante, che potesse ospitare con assoluta coerenza i lavori di queste personalità così distinte, definite e diverse tra loro.

Il percorso espositivo si anima di visioni astratte, immagini concettuali, per finire nel recupero dell’arte figurativa. Un flusso senza soluzione di continuità avvolge con estrema naturalezza lo spettatore, nonostante la varietà e la particolarità di ogni opera presentata.

The Wall Project è un’idea che nasce nel 2018 e si articola attraverso nove appuntamenti di collezioni personali dei migliori talenti emergenti dell’arte contemporanea. Dopo un anno di pausa dovuto all’emergenza sanitaria, il progetto si conclude con una collettiva dove si presenta un’opera mai divulgata di ogni artista precedentemente coinvolto, e, in aggiunta, la tela di una giovane promessa mai esposta prima a Milano, Maddalena Tesser.

Manuel Fois, Alina Vergnano, Alan Borguet, Andrea Carpita, Marco Bongiorni, Cosimo Casoni, Stefano Perrone, Ludovica Anversa e Jimmy Milani, sono i nomi che raccontano la propria evoluzione artistica sul “muro” di questa mostra.

La promenade in galleria inizia con una serigrafia su tela di Manuel Fois, classe 1995, dal titolo AUD_33ESP1S del 2019. Il lavoro di Fois, un lavoro basato su una forte componente concettuale, esvidenzia il rapporto tra diversi tipi di linguaggi, quello dello spazio sonoro e della registrazione in relazione alla rappresentazione visiva, ed esplora il nesso tra immagine virtuale e reale, fisica.

L’artista infatti procede nella sua elaborazione con una selezione di tracce audio ricavate da lunghissime registrazioni; queste poi vengono convertite in spettri grafici, a loro volta riprodotti manualmente o con procedimento serigrafico da Fois. L’autore riflette quindi sul concetto di trasposizione di un messaggio da un linguaggio ad un altro, attraverso diversi processi di traduzione della realtà quotidiana, alimentando uno scambio continuo e un’oscillazione ambigua ma calibrata tra finzione e realtà, simulazione e verità.

Daytime Dilemma è la tela di Alina Vergnano che prosegue il percorso, dove la ragazza dà vita a ricordi, emozioni con una pittura astratta animata da segni che richiamano la memoria familiare e soprattutto la forma femminile. La morbidezza del tratto e la scelta del colore, caldo e brillante ad un tempo, rendono il quadro un luogo di intimità che apre le porte ad un “tu per tu” con la propria sensibilità e con le sensazioni più pure.

Un altro lavoro che si pone in bilico tra astrazione e figurazione è Uomo che piange del 2021, appartenente ad una serie di Marco Bongiorni. L’autore realizza un ciclo in cui rappresenta la sofferenza dell’uomo, in questo caso con pastelli ed olio su un telo cerato. Il tormento del soggetto emerge dalla scelta di colori contrastanti tra loro, dal segno violento e incontrollato, dal disegno stilizzato ed infantile.

La scelta del supporto, inoltre, assume un valore specifico nella poetica di Bongiorni, che considera un quadro, un’opera, non solo come immagine ma anche come oggetto in costante tensione verso ciò che avviene al di fuori di esso.

Ancora, verso la fine della mostra si trova il dittico Se mi parli degli angeli (III): Ludovica Anversa, giovanissima pittrice milanese, scende nella profondità della raffigurazione dell’organico (i due protagonisti sembrano essere infatti degli insetti) ma attribuendo ad esso un legame con lo spirituale (si veda il titolo).

Il viola soffuso avvolge le forme ambigue, che richiamano alla memoria i lavori di Fautrier, le trasparenze e le diverse stratificazioni rendono allo spettatore un’immagine radiografica ma allo stesso tempo estremamente nitida nei dettagli. L’atmosfera sospesa riesce a sfuggire ad una narrazione esplicita, provoca sollievo e inquietudine contemporaneamente.

Durante il percorso ci si imbatte in due opere figurative, visivamente molto impattanti: davanti ai lavori di Stefano Perrone e di Jimmy Milani il visitatore si trova a confrontarsi con la nitidezza grafica dell’immagine digitalizzata, del cartellone pubblicitario. Lo scopo consiste nel colpire l’occhio, sia con le grandi dimensioni della tela, sia attraverso colori e forme incredibilmente determinate.

Le gomme di Perrone, disposte come una natura morta contemporanea, ospitano delle componenti vettoriali che definiscono lo spazio e la direzionalità e rappresentano la firma dell’autore; nella visione notturna di Milani, l’artista cerca di portare lo sguardo oltre la visione fotografica, oltre la cornice, verso lo spazio ed uno spazio onirico.

Questi lavori entrano in profondo contrasto dialettico con quelli presentati da Alan Borguet e Cosimo Casoni, entrambi con un background artistico legato a graffiti e streetart. Nel caso di Borguet, l’artista plasma, da autodidatta, il proprio linguaggio avvicinandosi alla pittura e ai maestri dell’arte segnica italiana. Lavora i materiali (solitamente marmo, legno, sabbia e l’oro) con le mani, per sentirne le vibrazioni e l’essenza; l’autore osserva la materia per utilizzarne tutte le possibilità nel percorso creativo, e dalla materia estrae la forma in continuo divenire.

L’opera inedita presentata alla galleria è realizzata attraverso strati di colla e sabbia, realizzati esclusivamente a mano, e ricoperti di acrilico e lucido. Borguet concepisce una sorta di alfabeto criptico che mostra le tracce dell’arte di strada.

Il lavoro di Casoni, Dirty Dancing, è completamente animato dalla strada: i protagonisti sono segni di skateboard, bitume, sporco, vernice spray, toppe, il tutto assemblato con apparente casualità. L’artista in verità fa da direttore d’orchestra orchestrando accidentalità e calcolato; ciò si nota nel posizionamento pensato e calibrato di un pezzo di una seconda tela sulla tela principale. Questo dato, profondamente pensato, crea una fortissima tensione e conflitto con la casualità dello skate painting.

L’arte contemporanea non è esente dal fascino della figurazione. Nonostante la tendenza all’astrazione o alla digitalizzazione, tra gli artisti emergenti i nomi di Andrea Carpita e di Maddalena Tesser riportano a galla il mondo figurativo. Il primo concentra la propria ricerca su istantanee isolate o in sequenza di vita quotidiana. I due quadri presentati all’ArtNoble gallery propongono una sequenza di taglio fotografico dove emerge la forza e la versalità del segno, del disegno e della forma.

L’artista predilige formati di piccole dimensioni che risultano maggiormente adatti alla rappresentazione di una scena intima, come il gesto di versare il caffè. L’ambiguità nella sua poetica si manifesta nell’anonimato dei soggetti (il volto della ragazza è infatti tagliato) e nel gioco che si crea tra bidimensionalità e sporadiche ombre.

Ma è La Grotta azzurra di Maddalena Tesser, nata a Vittorio Veneto nel 1992, a catapultare lo spettatore fuori dal tempo, nel pieno realismo magico del primo Novecento, nel post cubismo o nel ritorno all’ordine di Derain. Il notturno ad olio della giovane pittrice (immagine in copertina) lascia spazio ad una pennellata eccezionale, carica di sensibilità introspettiva e analitica. I colori della grotta, che rispecchia l’interno di una stanza in cui sono sdraiate le due figure femminili, donano un’aurea onirica al dipinto.

I dettagli della rappresentazione sono estremamente definiti, dal granchio alle dita dei piedi della ragazza in primo piano. Lo sguardo intenso di quest’ultima, rivolto verso l’interno della grotta e non verso il paesaggio marino che si apre sullo sfondo, crea un alone di inquietudine e mistero che si propaga oltre la tela.


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Artaround – FLASH! L’arte ha una nuova casa a Milano. ArtNoble valorizza artisti emergenti, italiani e non. Ne parliamo con il fondatore Matthew Noble

Si muovono e germogliano nuove realtà che guardano all’arte del futuro, anche in uno scenario complesso e difficile come quello pandemico. Qualcosa che solo dieci anni fa sarebbe sembrato ben più raro e difficile.

ArtNoble è un nuovo spazio per giovani artisti a Milano, frutto dell’esperienza combinata dell’altrettanto giovane fondatore Matthew Noble.

Dopo un percorso curatoriale dedicato a mostre pop up in luoghi e contesti non convenzionali, la galleria trova il suo primo quartier generale a Lambrate. Lo spazio è un basement di 180 mq in una zona residenziale, leggermente distante da quella già nota per ospitare le gallerie, in via Ventura/Massimiano.

Il viaggio libero nell’arte, soprattutto in termini di tecniche e supporti, sarà scandito da focus ricorrenti. Con cadenza annuale, ad esempio verranno esposti giovani artisti africani.

Ci siamo rivolti a Matthew Noble anche per sapere quali potenzialità intravede nella città oggi, ma anche in quali lacune intende inserirsi e quale alternativa artistica immagina per questo contesto.


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