ArtShapes – Trois auteurs d’Histoire alla ArtNoble Gallery di Milano

Di Arianna Grossi

Fino al 28 ottobre sarà possibile visitare il nuovo progetto esposto alla ArtNoble gallery di Milano: Trois Auteurs d’Histoire si delinea come racconto fotografico che si presta alla testimonianza storica della realtà contemporanea della Repubblica Democratica del Congo. I protagonisti – Nelson MakengoGeorge Senga e Pamela Tulizo – si pongono come narratori del reale con la sensibilità e la predisposizione dell’artista; al tempo stesso si espongono attraverso la propria storia individuale, le proprie origini, i propri ricordi e legami con la comunità di provenienza.

Lubumbashi, Goma e Kinshasa. Queste le tre città di cui possiamo ascoltare le storie non scritte di bambini, donne, lavoratori che tutti i giorni lottano per la sopravvivenza e l’affermazione della propria identità. I tre artisti svelano i segreti delle strade, delle miniere, delle case al buio; restituiscono voce e dignità alla sofferenza, agli sforzi quotidiani e alla terra stessa con i suoi prodotti. La fotografia si affratella alla poesia ritraendo con estrema vividezza e forza emotiva gli sguardi sopraffatti, la fatica fisica, ma anche la determinazione e le aspirazioni più alte di queste comunità. L’approccio sistematico però permette ai loro tre obiettivi di non fermarsi al racconto individuale, diventano infatti testimoni della macro Storia, evidenziando la precarietà stazionaria del Congo post-coloniale, le responsabilità politiche nazionali ed internazionali.

Apre la mostra il trittico di George Senga Le vide (Il vuoto) del 2019. La sua ricerca si orienta verso la ricostruzione della memoria storica collettiva del Paese, sottolineandone sia la componente di trasformazione temporale che quella identitaria. L’artista si concentra in questo lavoro sulla storia dello sfruttamento minerario, sull’abuso della manodopera e sulle esportazione delle risorse del Congo. Senga, infatti, ha trascorso un lungo periodo a contatto con i minatori di Kipushi, Likasi e Kolwezi, zone di estrazione di rame, cobalto, litio ed altri minerali destinati al commercio estero.

Il risultato di questo progetto archivistico sono tre “mosaici” di fotografie. Il primo ritrae le mani dei lavoratori, molte mani diverse segnate ugualmente dalla fatica, a cui l’artista però lascia la propria intimità riprendendone solo il dorso; mani che raccontano vite private della prospettiva sull’avvenire. La seconda parte del lavoro registra la quotidianità, ovvero i resti che rimangono sul terreno a fine giornata, come pacchetti di sigarette o batterie per torce e radio. Infine, Le vide III mostra gli strumenti da lavoro usati nelle cave, che solitamente i minatori lasciano nel sottosuolo. L’artista ha quindi stabilito legami ed è entrato in confidenza con le persone tanto da convincerle a portare alcuni attrezzi alla luce.

La donna di Goma

La donna di Goma, soggetto dedicatario di tutti gli scatti di Pamela Tulizo, investe i corridoi della galleria con la sua bellezza fiera e lo sguardo determinato. La giovane fotografa lavora affinché l’identità della donna congolese, e in questo caso della sua regione natale del Kivu, oltrepassi le frontiere e possa affermarsi in contrasto con gli stereotipi occidentali. Tulizo ribalta l’idea per cui la donna africana sia mera vittima della sua condizione sociale, ne enfatizza la forza, le più alte aspirazioni e anche la voglia di lusso che necessariamente si scontra con la lotta per la sopravvivenza.

La musa dell’artista si presenta come una vera e propria modella: curatissima nei dettagli, truccata e in posa secondo l’estetica della moda occidentale, sfila con abiti scenografici e fastosi. Eppure proprio gli abiti fanno scaturire i diversi piani di lettura di queste opere, portano con loro la dicotomia caratteristica della donna di Goma, con ironia svelano crudelmente la povertà della popolazione. Le applicazioni sui vestiti sono infatti realizzati con beni di prima necessità: fagioli, mais, scatole di fiammiferi, taniche per l’acqua, carbone e prese elettriche. Attraverso gli elementi della sopravvivenza Tulizo compie sia una denuncia storico-sociale, sia riesce a nobilitare la figura della donna africana. La donna di Goma, soggetto dedicatario di tutti gli scatti di Pamela Tulizo, investe i corridoi della galleria con la sua bellezza fiera e lo sguardo determinato. La giovane fotografa lavora affinché l’identità della donna congolese, e in questo caso della sua regione natale del Kivu, oltrepassi le frontiere e possa affermarsi in contrasto con gli stereotipi occidentali. Tulizo ribalta l’idea per cui la donna africana sia mera vittima della sua condizione sociale, ne enfatizza la forza, le più alte aspirazioni e anche la voglia di lusso che necessariamente si scontra con la lotta per la sopravvivenza.

La musa dell’artista si presenta come una vera e propria modella: curatissima nei dettagli, truccata e in posa secondo l’estetica della moda occidentale, sfila con abiti scenografici e fastosi. Eppure proprio gli abiti fanno scaturire i diversi piani di lettura di queste opere, portano con loro la dicotomia caratteristica della donna di Goma, con ironia svelano crudelmente la povertà della popolazione. Le applicazioni sui vestiti sono infatti realizzati con beni di prima necessità: fagioli, mais, scatole di fiammiferi, taniche per l’acqua, carbone e prese elettriche. Attraverso gli elementi della sopravvivenza Tulizo compie sia una denuncia storico-sociale, sia riesce a nobilitare la figura della donna africana.

“We are tired of the darkness”

Attraverso l’ultimo obiettivo, quello di Nelson Makengo, il visitatore viene catapultato tra le strade della capitale Kinshasa. Nel video-documentario Up at Night (Nuit debout) l’artista riporta scene, parole, volti degli abitanti, bussando alle loro porte, registrando i loro sforzi e l’autenticità di chi è costretto a vivere al buio. Infatti, l’elettricità prodotta dalle più grandi dighe idroelettriche viene destinata all’esportazione e utilizzata all’interno del Paese per una misura inferiore al nove per cento. La popolazione di Kinshasa deve abituarsi al buio, nessun lampione o luce in casa, l’oscurità ingloba qualsiasi speranza di emancipazione della comunità. E contro questo nero profondo si scagliano unicamente i LED utilizzati dai civili, dai venditori ambulanti, dai bambini; le piccole batterie – spesso nel video se ne vedono a forma di sole – illuminano volti segnati da sacrifici e rassegnazione.

Up at Night si serve della tripartizione dello schermo per riportare frammenti, scorci e racconti nel modo più funzionale; la narrazione risulta allo stesso tempo lineare e frammentata, realistica e fantastica. Due installazioni accompagnano il video: una di queste riproduce la postazione di un venditore ambulante, con un ombrellone con attaccata una pila al neon per illuminare intorno a sé e i propri prodotti e tanti LED esposti in vendita. La seconda installazione è di tipo fotografico: accostamenti di foto realizzate in occasione della ripresa del documentario, trasposte su sfondo nero. L’artista ottiene così immagini, sfumature, rilievi di grandissimo impatto; occhi spaesati, rughe profonde, pullulamenti di lampadine squarciano il buio con una forza emotiva travolgente.



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