Autore: Matthew

Exibart – Alberto Selvestrel, Frammentazione e unità – ArtNoble

Di Livia Milani

Le fotografie di Alberto Selvestrel, che incrociano architettura e natura, sono in mostra da Artnoble a Milano, fino alla fine del mese di luglio.

“Frammentazione e unità” nasce in seguito ad un rapporto di collaborazione artistica coltivato negli anni tra il gallerista Matthew Noble e l’artista Alberto Selvestrel e si traduce con un duplice obiettivo: da un lato portare in scena un excursus dei lavori precedenti di Selvestrel e, dall’altro, proporre al pubblico una ricerca del tutto innovativa.

La sfida principale di questo progetto è stata riuscire a proporre una continuità tra la fotografia e l’arte contemporanea e, come afferma il gallerista: «Si tende spesso a considerare questi due mondi come divergenti, tanto che il nostro obiettivo è stato proprio quello di mettere in comunicazione la fotografia e l’arte e far conoscere Alberto come artista e non solo come fotografo. A mio parere, l’utilizzo della fotografia come medium nella sua pratica ci ha condotto verso il tentativo di creare una sinergia tra questi due linguaggi artistici per dimostrare i punti che hanno in comune».

Per questo, attraverso la lente del medium fotografico, Selvestrel vuole indagare il legame esistente tra il mondo naturale e quello antropico, soffermandosi sull’importanza che l’architettura ha come elemento di separazione e, allo stesso tempo, di unità. A tal proposito, l’artista analizza così il linguaggio architettonico e spiega: «L’architettura può essere considerata un luogo in cui l’essere umano si rifugia per cercare protezione, ma anche dove svolge gran parte delle funzioni della vita ormai. Essa diventa simbolo dello sviluppo del pensiero umano e rappresenta una sorta di linguaggio. L’architettura ci fornisce informazioni utili sulle esigenze umane legate alla protezione e alla comodità, ad esempio. Anche solo ragionando sulla forma minima dell’architettura si nota l’esigenza umana di porre un confine e una separazione fra se stesso e il mondo naturale oppure fra sé e i propri simili».
Il cuore di queste riflessioni è esplicitato nella serie fotografica Link, visibile nella parte iniziale della mostra, dove Selvestrel ha catturato in diversi scatti le molteplici implicazioni che gli elementi architettonici possono avere a livello visivo, rappresentando talvolta dei veri e propri confini. Iniziato attraverso la pratica della scomposizione, questo progetto restituisce una serie di immagini che abbracciano la pratica della semplificazione e della riduzione in minimi termini e mostrano spigoli di muri che dialogano con scorci di paesaggio principalmente marittimo. L’artista, così, esplora le diverse combinazioni esistenti tra natura e architettura, cercando di enfatizzare i punti di coesione.

L’opera Migrazione fa da trait d’union nel percorso espositivo e apre una riflessione sui meccanismi di funzionamento del mondo naturale a livello propriamente empirico, soffermandosi su come molto spesso la natura si orienta verso principi di coesione sia all’interno di una stessa specie – in questo caso lo scatto ritrae il volo sincrono di uno stormo di uccelli – sia nell’interdipendenza tra forme viventi differenti. La migrazione in chiave simbolica apre così la seconda parte della mostra che, invece, si concentra sullo studio della grotta marina come luogo in cui i diversi elementi naturali – luce e acqua – instaurano un dialogo fatto di scambi e connessioni e dove l’evoluzione, seppur lenta, crea continue stratificazioni apparentemente invisibili all’occhio umano. La volontà qui è quella di superare la bidimensionalità dello scatto fotografico attraverso un display immersivo che sia in grado di restituire l’idea di trovarsi proprio all’interno di un ambiente naturale particolare. Qui Selvestrel si confronta con il pensiero filosofico metafisico, portando in scena un discorso che «abbraccia sia la visione orientale che occidentale in un’alternanza fatta di collegamenti e interrelazioni e non di differenze o gerarchie», dice Selvestrel.


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Artribune – Mia Fair 2022: i migliori 6 stand alla fiera di fotografia di Milano

Di Massimiliano Tonelli

NEGLI SPAZI DI SUPERSTUDIO MAXI TORNA MIA. SIAMO ANDATI A VEDERE QUALI SONO GLI STAND PIÙ INTERESSANTI DELLA FIERA DEDICATA ALLA FOTOGRAFIA. ECCO I MIGLIORI

Gli spazi di Superstudio Maxi hanno giovato alla fiera di fotografia MIA che qui si è stabilita dopo la rocambolesca edizione del 2021. Superstudio Maxi solo apparentemente in “periferia” è un contenitore che si sta dimostrando versatile per molti eventi. Restano i problemi esterni. Non tanto la distanza dal centro (davvero molto relativa) quanto l’accoglienza del circondario: è complicato anche trovare un posto dove posteggiare una bici. Urgente migliorare i servizi nelle strade circostanti lo spazio. Qui tuttavia la fiera inventata dal collezionista Fabio Castelli ha più aria e più respiro rispetto ai tempi in cui veniva organizzata nel pur centralissimo spazio The Mall, sotto ai grattacieli del quartiere di Porta Nuova. I maggiori spazi hanno permesso quest’anno ad alcune gallerie e ad alcune partecipazioni di sfoggiare stand lunghissimi, su sviluppi lineari considerevoli, capaci di ospitare più mostre e più autori al proprio interno. Tra stand piccoli e grandi ne abbiamo scelti una manciata che ci hanno particolarmente convinto.

Eleganza, pulizia e una bella ricerca da parte degli artisti selezionati nello stand di ArtNoble. Le opere sono di Giovanni Chiamenti e di Alberto Selvestrel. Un bel dialogo che sconfina anche nella scultura, nell’incisione, nella grafica.


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Il Sole 24 Ore – MIA Fair prima edizione con Fiere di Parma

Di Maria Adelaide Marchesoni


MIA Milan Image Art Fair, la fiera dedicata all’arte fotografica, (Superstudio Maxi a Milano dal 28 aprile al 1° maggio), si è chiusa con soddisfazioni sul fronte commerciale. Numerose le vendite favorite da un pubblico sempre più evoluto sul media fotografico, come hanno voluto sottolineare alcuni galleristi. Pertanto la “fisiologica” minor affluenza attesa per un’edizione che si è svolta a pochi mesi dall’ultimo appuntamento dello scorso autunno posticipato per l’emergenza sanitaria, non ha pesato sui risultati. Diverso, invece, il riflesso sul numero di espositori – 97 le gallerie presenti – in calo del 15%, ma gli organizzatori confermano che nel 2023 i numeri torneranno a salire con il 30% degli espositori provenienti dall’estero, oggi il 20%.

Questa edizione può essere definita il “numero zero”, in quanto segna l’inizio di una nuova stagione dopo l’ingresso nel gruppo Fiere di Parma (Mercanteinfiera, Gotha e Cibus) che ha sfidato le avversità del momento e ha deciso di ampliare il portafoglio (la vendita ha considerato un valore pari a un multiplo dell’ebitda). «L’obiettivo di Fiera di Parma – ha spiegato Lorenza Castelli che insieme al padre Fabio Castelli ha fondato la fiera nel 2011 – è di posizionare MIA Fair in una decisa chiave europea, capitalizzando la piazza di Milano e le relazioni internazionali di Fiere di Parma. Lo sviluppo internazionale – prosegue Lorenza Castelli – si concretizzerà nell’esportare questo format a Colonia, ad Art Cologne 2023, per offrire maggior visibilità agli espositori che da sempre hanno apprezzato il nostro modello». Un’altra novità di questa edizione è l’impegno da parte di Fiere di Parma di costituire un fondo annuale di 20.000 euro indirizzato all’acquisto di una o più opere per arricchire il proprio patrimonio artistico.

L’offerta in fiera

Oltre alla Main section, è stata organizzata la seconda edizione di Beyond Photography – Dialogue, curata da Domenico de Chirico, riservata alle gallerie che promuovono le generazioni più recenti di artisti, con un’idea espositiva di dialogo tra fotografia e una sola opera realizzata con altre tecniche (scultura, installazione, pittura e video) come nello stand della galleria ArtNoble dove insieme alle foto di Alberto Selvestrel, classe 1996, la cui ricerca stabilisce un legame tra la realtà del paesaggio e quella immaginata dall’artista (le foto in edizione di 10 viaggiano tra 1.400 e 1.600 euro mentre quelle in edizione di cinque da 3.000 a 5.400 euro), insieme all’opera scultorea di Giovanni Chiamenti (classe 1992) «Chimera», 2021 realizzata dopo uno scatto e in seguito stampata in 3D su una lastra di plexiglass e sostenuta da due radici in abete (6.200 euro). In fiera i prezzi delle opere viaggiano in un range compreso tra mille e 30mila euro (le opere del fotografo canadese Edward Burtinsky presentato da Admira sono vendute a 30mila euro). «In fiera – racconta Francesca Malgara, tra i giurati del premio BNL BNP Paribas – è poco presente l’offerta vintage, ma è privilegiato un racconto più legato al contemporaneo per aiutare i fotografi a crescere. Obiettivo dei fondatori in questi dieci anni con il risultato di aver aiutato a crescere diversi fotografi». Un esempio? Francesco Bosso (lavora con Photo & Contemporary galleria di Torino) interprete del paesaggio: dieci anni fa i suoi scatti in bianco e nero erano venduti a meno di 1.000 euro oggi viaggiano sugli 8.000 euro e continua a lavorare in modo analogico e stampa nella camera oscura.

Le gallerie giovani

Se il costo di partecipazione alla fiera è in linea con gli altri competitor, MIA Fair propone una dimensione di stand (12 mq) considerata entry level ad un costo complessivo di 3.500 euro, dove è possibile esporre “i lavori in modo decoroso” e permette la partecipazione anche alle gallerie più giovani o con un budget più contenuto. Tra queste era presente Looking for Art, StartUp Innovativa nata nel 2019 per promuovere artisti emergenti under 35 anche attraverso una piattaforma B2B. In fiera erano presenti i lavori di tre artisti (Mattia Sanarico, Sofia Mangini, Matteo Brivio nati tra il 1994 e il 1998) con prezzi inferiori ai 1.000 euro e le foto, in edizioni di tre, avevano come tema l’architettura e l’ambiente. Altra giovane galleria Arte in salotto presentava le opere di Laurent Chéhère (Parigi, 1972) che attraverso la fotografia, il reportage e il fotomontaggio esplora città, periferie e paesi (la serie «Flying Houses», prezzi 9.000 euro edizione di 5) e la “Natura morta” e “Vanitas”di Mauro Davoli (prezzi da 1.600 edizione di 10 e 4.000 in edizione di 5).

La presenza femminile tra i premi

Ben rappresentato il genere: da Galleria Forni (Bologna), Vera Rossi con fotografie still life (edizioni di 5 da 1.000 a 1.200 euro, l’opera unica di composta da 16 fotografie in edizioni di 5 a 10 mila euro), da Podbielski le foto di Silvia Camporese (da 3 a 7mila euro) o Florence di Benedetto (l’opera «La festa è finita», 2021 in vendita da Glauco Cavacciuti Arte in edizione di 5 a 7.500 euro) tra i finalisti del premio BNL BNP PARIBAS giunto all’11ª. Il premio è stato vinto ex aequo dall’opera di Simona Ghizzoni «Isola», 2021 (MLB Gallery ) un trittico che racconta il rapporto tra uomo e natura, nato durante il lockdown e quella di Antonio Biasiucci, «Corpo Ligneo n.01», 2022 (Farsetti Arte). Malena Mazza si è, invece, aggiudicata il premio acquisizione di 2.000 euro della prima edizione di IRINOX SAVE THE FOOD, istituito per promuovere artisti che attraverso l’uso dell’immagine in ogni sua forma abbiano affrontato il tema cibo. L’opera «Convivio», 2007 entrerà a far parte della Collezione del gruppo Irinox, leader nel settore degli abbattitori rapidi di temperatura da casa e professionali. Oltre alla vincitrice del premio acquisizione, altri due premi sono stai assegnati ai fotografi Margherita Del Piano e Maurizio Montagna i cui lavori, grazie alla partnership con Fiere di Parma, saranno esposti nella mostra ART SAVE THE FOOD, curata da Claudio Composti, presso il Complesso Monastico San Paolo di Parma in concomitanza con CIBUS, la fiera internazionale dell’agroalimentare Made in Italy, dal 3 maggio al 5 giugno 2022.


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Interni Magazine – Alberto Selvestrel, Frammentazione e unità

by Danilo Signorello

ArtNoble Gallery presents, at the headquarters in via Ponte di Legno 9 in Milan, the personal exhibition of the Turin artist which includes an anthology of archival works and new unpublished works. From May 25th to July 28th.

Quantum physics has shown, in the recent past, the image of a fluid, unitary reality, in which mind and matter form an inseparable whole. But the ancient human way of thinking and perceiving still shows a fragmented reality, a divided world, a world in which every human being is separated from himself, from other human beings, from all other forms of life, from the rest of nature. In Frammentazione e unità, inspired by the title of the opening chapter of David Bohm‘s historic volume, “Universe. Mind. Materia ”, in the exhibition at ArtNoble Gallery Selvestrel explores the contrast between the natural world and the human world.

Fragmentations and borders

From birth, people find themselves living in a society where everything speaks of fragmentation and borders: the world is divided into nations, regions, cities and countries, languages, cultures, codes. Cities are agglomerations of houses where the walls create boundaries between one family unit and another, between one human being and another. Science, art and professions are moving towards an increasingly sectoral and specialist knowledge: architecture is a language that highlights the phenomenon of fragmentation that involves this historical era. The architectural work has now become accustomed to the idea of the border, forcing you to cross gates, open doors, move between walls and buildings, interact with private and public spaces. Only when thought is able to grasp the fundamental unity of the whole universe will humanity be able to make a leap of civilization, an evolutionary leap.

Visible and imagined reality

Piedmontese, born in 1996, Alberto Selvestrel starts from these assumptions and focuses his photographic research on the anthropic landscape and its modifications, through geometric and minimal compositions. The artist condenses the maximum of his conceptual expression into the minimum of form, developing photographs that establish a link between the reality of the landscape and the one he imagined. Exploring the concept of landscape in a nostalgic way, Selvestrel’s works fascinate with the clarity of content and an uncompromising attitude towards conceptual and minimal art.

The role of photography

Continuing his research, Selvestrel underlines how: “We have become accustomed to conceiving the world as an organic set of separate parts that perform different functions as in any mechanical body. Photography, like any language, focuses attention on the particular, highlighting it and tearing it away from its context. This fragmentation process reveals to the viewer an altered vision of the world as it offers a subjective point of view. Photography therefore lends itself very well to highlight the phenomenon of fragmentation so rooted in our time “. According to the artist, it is necessary to overcome this altered vision, returning photography to its fundamental characteristic, the universal, without which photography itself would not exist.

Artificial and natural

The photographs exhibited in the first part of the exhibition are made up of edges of walls that stratify the landscape and constant references to the natural world through glimpses of sea and sky. The individual parts of each work behave like pieces of a mosaic that by composing themselves restore the image of a world where architecture and nature seek a synthesis and a profound union. In contrast, in the second part, the photographs move in a different direction. The reflection shifts to the natural world and its behavior. In nature, nothing if taken individually is self-sufficient since each element is connected to all the others. By carefully observing the natural world, it is possible to intuit a connection that arises from the depths, which permeates everything and promotes the changes we perceive. It is precisely through this interconnection that the whole of existence finds its meaning.

An infinite perception

William Blake in “The marriage of heaven and hell” writes: “If the doors of perception were opened, everything would appear to man as it truly is, infinite. Because man has locked himself up by himself, until he no longer sees things than through the narrow crevices of his cave “. The final part of the exhibition draws inspiration from this suggestion: here photographs of sea caves seem to open the doors to a world where nothing is made up of parts but everything is permeated by a single light. Contemporary man is halfway between an artificial world that speaks of fragmentation and a natural world that speaks of unity. And it is precisely in the right relationship between these two dimensions that we will be able to find a balance in existing.


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Il Foglio – Gita fuori porta, Lambrate e poké

Di Giulio Silvano


Gita fuori Porta (Venezia). Lambrate come Soho nella nota via Ventura (da non confondere con Ventura Boulevard, LA, anche se si parla comunque inglese, Lambrate Design District of course). Gallerie aperte, aperitivi in piedi, Converse, vestitini e tote bags. Sopra l’Ortica, zona che attira fuggiaschi delle impennate immobiliari di Città Studi così come aveva accolto i milanesi in esilio dopo la distruzione della città a opera di Federico Barbarossa, tra i nuovi development in costruzione, “Twin palace, your place to live” con rendering che sembra the O.C., tra villette liberty sui vialoni e orti comuni sui tetti. Anche Francesca Minini, figlia di Massimo, ha aperto qui il suo spazio – mostra della trentatreenne Alice Ronchi coi suoi rilassanti colori pastello morbidi e lattiginosi sotto plexiglass. Alla Prometeo Gallery opening di Julieta Aranda, Elizabeth Povinelli e Karrabing Film Collective.

Tutto molto biennale, materico + citazioni di donna Haraway, sulla fine del mondo. Una serie di cime e corde e resti di reti arrivate come detriti con le onde, raccolte negli ultimi dieci anni da Aranda, diventano, annodati e attaccati al muro, un alfabeto. Molti giochi con i processi di decomposizione, tra ossi giganti e immagini biologiche. Anche alla galleria Doris Ghetta, Margarethe Drexel, classe ’82, gioca con la materia, con i simboli e con la fine dei riti. Un liquido in fermentazione, miscela a base di una pianta chiamata anche Sangue di nostro Signore fa gonfiare dei palloncini bianchi. Tarocchi e animali demonici. Tutto molto meno byung-chul-hanesco invece da ArtNoble, spazio dell’inglese Matthew Noble che ospita artist* emergenti con aria condizionata. Alberto Selvestrel piemontese venticinquenne autodidatta fotografa il mare incastrandolo perfettamente dentro a spicchi creati da edifici, muretti imbiancati a calce, intonaco. Precisissimo, che neanche la griglia dell’iPhone. Molto instagram + Ghirri col righello, ma iperrealista tanto che una signora si avvicina col naso e dice “ma guarda che è in rilievo”.

Gli scorci sono di Amalfi, della Puglia, della Grecia, della Liguria. Selvestrel ci racconta quanto tempo aspetta e quanti calcoli fa per trovare il momento giusto. “Rappresento la realtà come un mosaico, trovo un escamotage per schiacciare i piani nella bidimensionalità”, dice al Foglio. Fuori, nelle vie, tra supermercati discount e autofficine, si attende impazienti la gentrification a suon di poké. 




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Kuba Paris – Roberto Alfano, Miraggio Inferiore

The first solo exhibition of Roberto Alfano at ArtNoble gallery, Milan, curated by Piergiorgio Caserini.

ArtNoble gallery is pleased to present Miraggio Inferiore (Inferior Mirage), the first solo exhibition of artist Roberto Alfano at the gallery, curated by Piergiorgio Caserini.

An inferior mirage is the asphalt bobbing like the sea. It is an effect of the heat, the humidity and the distance, a strange inflection of the above on the below that everyone knows well, but especially those who have always been accustomed to infinitely long landscapes and horizons where the gaze is so wide that it is only possible to follow things as they disappear. Obviously, we are talking about the plains: the Po Valley and the Emilian plains. Expanses dotted with farmhouses, courtyards, bell towers, aqueducts and pylons, framed by the geometric shapes of muddy ditches, embankments and drainage ditches in which families of nutrias wallow, surrounded by small swarms of fireflies; in short, those landscapes in which steaming piles of shit, gravelly mud on the embankments, occasional floods and, recently, tornadoes, recur. Let us say with the certainty of those who live them that these are such vast spaces that it is easy to get lost whilst standing still. They are landscapes that have the peculiarity of urging the observer to continually exercise a glance into the distance, at what disappears and what only appears when walking – and here we live on opposites: the fog is the ultimate fallback, where things rather than disappearing suddenly appear. In short, the long, seemingly infinite spaces facilitate the mirage, whether it is inferior or superior: whether it is the sky that makes the asphalt and the earth vibrate, or the mountains that disappear below the horizon.

Let’s start from a postcard that draws on decidedly biographical aspects. Roberto Alfano, for those who don’t know him, grew up between the industrialised moors of the sub-rural area par excellence, the Lower Lodigiana, and the livelier and more flooded expanse of the Emilian plain. The postcard in question is an image or a memory that seems at first glance to rummage around with that neo-realist bucolic of the farmyard courtyard, children running in the fields, dogs and walks. And it will immediately seem as if the subjects of Miraggio Inferiore are dogs: dogs of wood, dogs of earth and clay and cement, dogs of cloth and sequins, spotted and striped, motionless and snappy. You will see that there is a shack, just like the abusive ones so often found at the base of motorway overpasses, where you never know whether the mist is actually pollution or vice versa. You will also notice the recurrence of figures and signs with childish features, and this is where we commence.

Roberto’s entire production is characterised by at least two distinctive movements. On one hand, there are figures of fantasy: a childlike attitude of disorientation, of stubbornly following a kind of childlike trait that chases after forms, portraits and scenes. On the other, the obsession with the repetition of elements. If we ask ourselves what a childlike trait is, we must think of a game of forced – but still likeable – sympathies. Which means not allowing things to happen, but rather imposing the reality of fantasy, and opening up adventures where it seems there are none – and here, if you want to imagine it, the figure of the horizon can return again. But the fact is that these dogs mostly have one thing in common. They are disproportionate, some too small and others almost deformed, some grotesque and others tender.

It could be said that some of these are affected by neoteny, which is that evolutionary oddity, the culprit of which falls mostly on the co-evolutionary processes of domestication and selection, whereby friendly canids have not only, for example, long, tender ears and large, soft skulls, but also behavioural characteristics more akin to a puppy. And the perceptual result is that of an aura of tenderness, of cuddles and caresses, almost as if one could think that those affected by neoteny receive a strange reality by reflex. A lysergic reality, as if one were always and only looked at and squared by the eyes of childhood, which are eyes that see things from a different perspective together with what they actually are. It means they are dogs, but almost. Almost-dogs. Exactly like the most grotesque and spectral figures, the masks exacerbate a wild violence as well as exhibit the fascination with ideas of freedom.
In Miraggio Inferiore and in the rendering of dogs, a motif of identity is revealed. Of wondering where the limit is between what one sees and what one thinks, and inscribing the problem in a postcard-image, that is to say in a landscape that bends the gaze in a certain way and modulates the sensations accordingly, just like a childlike trait, or a mirage: which throws out figures as they are, turns a dog into a patch, a piece of wood into a body, a lump of clay into a monster, so that a house is also a shack and the onlooker pours out continuously at the foot of the horizon in which he is lost, just to wobble for a few minutes along with the asphalt.

In short, to close this long text, which is more of a dialogue than anything else, let us say that looking at Roberto’s work we find ourselves faced with one of the most difficult aspects of that thing called “art”, which has as many forms and figures as it is put into practice, and which is perhaps, at heart, an aspect of expression: its necessity. That of being able to constantly cope with the things that appear and vanish, that afflict the soul and break it up in every portion of the gaze, in every visible one, those affections that – if intense – make it difficult to distinguish between who is looking and what is seen, between looking and being looked at, between the paranoia of a shack in a space so large as to seem infinite and the strange freedom of disappearing into the same space.


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Grazia Magazine – Nella campagna dove i miraggi diventano arte

Di Franco Capacchione

Si chiama Miraggio Inferiore la prima personale dell’artista Roberto Alfano alla galleria ArtNoble di Milano. Il titolo della mostra allude alla Bassa Lodigiana, territorio dove Alfano è nato: un contesto ormai industrializzato in cui l’artista privilegia immagini senza tempo come le corti delle cascine e i bimbi che corrono dei campi. Classe 1981, Alfano si è confrontato inizialmente con l’arte urbana realizzando i primi graffiti. Con il tempo la sua attenzione si è rivolta al disegno e alla pittura mantenendo come riferimenti la cultura contemporanea underground e, insieme, i Maestri del post-impressionismo. Tra i suoi lavori precedenti, una creazione multimediale dedicata agli astri e alla Terra. La ricerca di libertà espressiva lo ha portato ad avvicinarsi al mondo del disagio psico-fisico e sociale. Il passo successivo è stato l’impegno professionale come conduttore di laboratori nei quali, per esempio, sono stati coinvolti bambini con disabilità psichiche e motorie.

Arte Magazine – Il fanciullesco “Miraggio Inferiore” di Roberto Alfano

Dal 3 marzo al 29 aprile ArtNoble presenta la prima personale in galleria dell’artista Roberto Alfano, classe 1981, cresciuto nella Bassa Lodigiana “allenandosi” alla palestra dei graffiti. Il segno è generato dal colore ed esprime una vera e propria ossessione figurativa. Disegno e pittura contaminano qualsiasi superficie. L’irruenza istintiva dell’artista tende alla semplificazione dell’arte urbana, ma è anche vicina alla potenza espressiva e all’immediatezza dell’Art Brut. Negli ultimi anni Alfano ha sviluppato un laboratorio espressivo definito di arte contemporanea generativa e punta alla capacità di assecondare l’istinto nel segno e nelle scelte cromatiche, anche a scopi educativi e terapeutici. Per questo l’immaginario abbracciato dalla sua pittura é vasto e a tratti inafferrabile. L’artista prende spunto dal reale per aprirsi a un viaggio di pura fantasia. Con le sue forme stilizzate e i colori squillanti attinge all’infanzia. A cura di Piergiorgio Caserini, la mostra dal titolo Miraggio Inferiore è ambientata nel paesaggio della pianura padana ed emiliana. Solo a tratti riconoscibile, è costellata da casolari, corti, campanili, ma anche asfalto, tralicci e fossi fangosi. Fatato e inquietante, questo luogo è abitato da nutrie e lucciole.

Exibart – Se l’arte è generativa e interdipendente: intervista a Roberto Alfano

Di Cesare Biasini Selvaggi

In occasione della sua mostra personale, “Miraggio Inferiore”, in corso fino al prossimo 29 aprile a Milano, nelle sale di ArtNoble gallery, l’intervista a tutto tondo a Roberto Alfano

Si chiama Roberto Alfano. È nato il 30 luglio 1981 in una piccola località del Basso Lodigiano (ai tempi in provincia di Milano, oggi di Lodi).  È un artista prevalentemente interessato alla ricerca artistica in funzione della libertà di espressione e in relazione al contesto educativo e didattico, nello specifico quello del “disagio” psico-fisico e sociale.

Si è avvicinato all’arte contemporanea nella prima adolescenza con la scoperta di ciò che oggi è evoluto nei limiti del termine “arte urbana”. Questo incontro lo ha avvicinato a un habitat ricco di stimoli creativi che lo ha portato a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera e, successivamente, a interessarsi di psicologia, filosofia, antropologia, sociologia e scienze della formazione.

I suoi riferimenti (in adolescenza) sono stati prevalente i graffiti degli anni novanta e della vecchia scuola newyorkese, il post-impressionismo e la transavanguardia italianaDi conseguenza, influenzato da questi riferimenti, l’artista lodigiano si è formato e affermato esplorando oltre i limiti della tecnica, cercando di portare nel contesto urbano un segno estremamente istintivo e spontaneo (trattando temi provocatori, quali la sessualità esplicita, il disagio psichico e l’eccesso in generale) che, negli anni, ha influenzato profondamente la sua ricerca artistica nell’ambito del contemporaneo e che lo ha avvicinato al lavoro nel contesto sociale.

Perché hai sentito l’esigenza di estendere la tua ricerca dall’arte urbana ad altri ambiti?
«Non è stata esattamente un’esigenza, ma il naturale corso degli eventi. Continuo a mantenere un forte interesse e legame rispetto al lavoro nel contesto urbano, soprattutto in relazione al lavoro socio-educativo con gruppi di persone».

Quando è avvenuto questo passaggio e come si è articolato?
«C’è stata una lenta metamorfosi da un’idea totalmente autoreferenziale a un approccio comunitario. Di conseguenza, negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire parallelamente la ricerca artistica in studio e nel contesto urbano, che nel tempo si è evoluta in un’accezione più di interesse sociologico. Questa evoluzione è avvenuta poco prima del 2008, quando ho iniziato ad approfondire l’interesse per il contesto socio-educativo e didattico. Da qui ha avuto inizio un percorso di formazione trasversale che mi ha portato negli ultimi anni a teorizzare un approccio in ambito laboratoriale che ho definito “Arte Contemporanea Generativa”».

Quali sono gli artisti dell’arte non urbana o quali sono stati gli incontri che ti hanno ispirato in questo percorso di sviluppo dall’arte urbana?
«Ho sempre provato molta fascinazione per alcuni grandi maestri della pittura francese del novecento, per l’espressionismo e i Fauves. A questi riferimenti di formazione sono da aggiungere buona parte dell’arte cosiddetta non-istituzionale, non solo intesa come Art Brut, ma in un’accezione più ampia, che comprende anche tutto il lavoro svolto negli anni in ambito laboratoriale, che si è rivelato  essenziale per la ricerca in studio».

Quali linguaggi hai scelto (pittura, installazione, performance, scultura, ecc.)?
«Generalmente prediligo la pittura, la scultura e il disegno, ma nel tempo ho avuto modo di esplorare buona parte dei linguaggi del contemporaneo, tra cui installazione, multimedia, illustrazione, animazione, performance, ecc.».

Ci puoi citare e descrivere le opere o i cicli di opere più significativi di questa estensione del tuo percorso?
«Non ci sono opere specifiche che hanno determinato questo passaggio, quanto invece momenti e situazioni. In ogni caso potrei identificare i seguenti momenti focali: 2015, anno in cui ho scelto di tornare a relazionarmi con le gallerie e il mercato del contemporaneo in generale; 2017, anno in cui ho definito il metodo “Arte Contemporanea Generativa”. Prima di questi due momenti specifici, ho sempre svolto un intenso lavoro di ricerca e formazione».

In cosa consiste il tuo metodo “Arte Contemporanea Generativa”?
«In sintesi, l’approccio metodologico che definisco Arte Contemporanea Generativa può essere descritto come la pratica delle discipline artistiche, tramite l’utilizzo di tecniche e linguaggi interdipendenti, finalizzata alla rivelazione e alla generazione di autonomie. Un percorso d’apprendimento basato sull’esperienza diretta e strutturato al fine di pensare, progettare e creare facilitando il processo creativo, che nel contesto laboratoriale è veicolo espressivo  e quindi relazionale».

Quali cambiamenti ha comportato in lavoro in studio rispetto a quello in strada?
«I lavori che negli anni ho realizzato in strada mi hanno portato ad approcciarmi alla dimensione del grande formato, facilitandomi nello scardinare alcune inibizioni nella pratica pittorica. Grazie al lavoro in studio, invece, ho avuto modo di sviscerare (spesso in modo abissale) alcuni contenuti della mia storia personale, in un percorso “intimista” che si è rivelato fondamentale per maturare consapevolezza. Questo mi ha portato a sviluppare un’ampia apertura rispetto alla pratica dell’arte che mi permette di essere un artista eclettico/trasversale e fluido».

Come descriveresti la tua pratica odierna?
«Attualmente (e da qualche anno), la mia pratica artistica si concentra prevalentemente sulla manifestazione della libertà d’espressione, intesa come strumento di resistenza culturale o controcultura. I temi focali (ricorrenti) sono la narrazione delle memorie del territorio in cui sono cresciuto, vari contenuti emotivi (con un presupposto di autoanalisi), la spiritualità e le dinamiche disfunzionali e contraddittorie della società contemporanea. Tutto ciò comprende un’ampia sperimentazione tecnica rispetto a supporti e materiali. Il tema della libertà d’espressione si presenta anche nella ricerca nell’ambito socio-educativo e didattico, che parte dal presupposto che non può esserci contemporaneità estranea al concetto di interdipendenza».

Ci puoi spiegare nello specifico cosa intendi per interdipendenza collegata alla contemporaneità?
«L’interdipendenza nel contesto dell’arte contemporanea è l’utilizzo di tecniche e linguaggi connessi tra loro in un rapporto di reciproca dipendenza. Questo rapporto tra tecniche e linguaggi differenti ha la funzione di ampliare le soluzioni comunicative nell’ambito dell’espressione artistica.In una società/comunità invece l’interdipendenza è da intendersi come uno scambio relazionale finalizzato a dinamiche inclusive o generative, dove il ruolo dell’individuo è funzionale ed essenziale al gruppo, viceversa, l’esistenza di un gruppo di riferimento è fondamentale per la crescita dell’individuo. Queste due varianti del concetto d’interdipendenza convivono nell’ambito dell’Arte Contemporanea Generativa innanzitutto a partire dalla definizione di arte contemporanea, in relazione al rapporto di dipendenza tra tecniche e linguaggi».

Qual è il fil rouge che collega la tua attuale ricerca con quella di partenza nell’arte urbana
«Indubbiamente l’approccio istintivo è ciò che intercorre tra il dualismo strada-studio. In ambito laboratoriale, il fil rouge corrisponde al senso di appartenenza. Lavorare in strada con le comunità locali rafforza il legame con il territorio e la consapevolezza del territorio stesso. Questo riporta alle origini del mio percorso, quando realizzavo i primi graffiti per le strade isolate di un piccolo paese del Basso Lodigiano e sentivo che quel luogo e quegli spazi mi appartenevano e che avrei voluto essere partecipe attivamente ai cambiamenti del territorio invece di subirli».

Cosa è rimasto dell’arte urbana da un punto di vista tematico e da un punto di vista tecnico?
«Rispetto ai temi, ciò che attualmente porto in strada ha sempre un’affinità stretta con la ricerca pittorica in studio, le differenze sostanziali sono supporto e contesto. Quindi il lavoro in strada è un’appendice della ricerca pittorica. Tecnicamente invece mi capita di utilizzare spray, marker, rulli e materiali usualmente più comuni nel lavoro in esterno».

Cosa hai lasciato della ricerca precedente?
«Non credo di avere lasciato o rinunciato, ma semplicemente di avere integrato competenze e conoscenze e rielaborato contenuti. È stata un’evoluzione. Rispetto alla ricerca artistica, lavoro in modo trasversale e fluido con vari materiali, tecniche e supporti. Ultimamente sto sperimentando molto con supporti che derivano da scarti (riuso/riciclo) e materiali che sono presenti nel territorio in cui vivo (prevalentemente argilla e altre terre). Rispetto al contesto educativo, lo strumento imprescindibile è la relazione».

In quale direzione stai andando?
«Nel corso degli anni ho sviluppato un approccio sempre più consapevole rispetto alla mia indole. Provo un bisogno viscerale e quasi ossessivo di dipingere e fare scultura. Questa necessità ormai fisiologica, arricchisce di sensatezza il mio lavoro anche quando è prettamente autoreferenziale. Questa consapevolezza mi ha avvicinato al tema della lentezza, del rispetto dei tempi delle evoluzione delle cose. La pratica artistica è quindi un esercizio di lettura e di interpretazione della realtà. Esercizio che può essere visionario, terapeutico o di autoanalisi. A partire da questi presupposti, la mia ricerca si apre agli altri, diventando prima inclusiva e comunitaria e, infine, generativa. La mia ricerca va in questa direzione, in un universo di universi interconnessi».

In questo ambito cosa rappresenta per te e che tipo di racconto propone al pubblico la tua personale in corso a Milano da ArtNoble gallery, dal titolo “Miraggio inferiore”?
«”Miraggio Inferiore” rappresenta innanzitutto l’inizio di nuovo percorso di ricerca e progettazione. Buona parte dei lavori esposti sono frutto di un dialogo intenso e continuativo tra Piergiorgio Caserini (curatore della mostra), Matthew Noble (fondatore della galleria ArtNoble) e il sottoscritto. Scambio che ci ha portato a definire un impianto espositivo finalizzato ad una narrazione che tratta contenuti legati alla società contemporanea, al mio territorio d’origine (la Bassa Lodigiana) alla cultura degli anni ’90 e al tema dell’identità in senso ampio. E’ quindi un percorso esperienziale, tramite il quale si sviscerano contenuti e atmosfere».

Ci descriveresti il percorso espositivo?
«L’incipit è il racconto di una giornata di un adolescente della Bassa Lodigiana che uscito per portare a spasso i suoi cani si perde nella nebbia di un pioppeto, che all’improvviso si trasforma in una dimensione onirica (o lisergica) fatta di visioni e incontri surreali. Da qui ha inizio un viaggio che si chiude con una “liberazione catartica” di tutti i contenuti sviscerati lungo il percorso espositivo.

Il viaggio è approfondito in un bellissimo racconto di Piergiorgio Caserini, che è possibile leggere nel catalogo/fanzine che accompagna la mostra».

Cos’è per te oggi veramente contemporaneo?
«Credo che contemporaneo sia innanzitutto il concetto di interdipendenza, spesso sottovalutato nelle sua ampiezza, che si estende dall’attività artistica fino alle evoluzioni più recenti della società contemporanea».


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