Autore: Matthew

Vogue – Martina Cassatella, in mostra a Milano, dipinge mani sognanti tra fili colorati

Di Mariuccia Casadio


Martina Cassatella, ventiseienne pugliese ma di base a Milano, dipinge ad olio su lino. E le mani che ritrae, attraversate da filamenti policromi e pervase da una luce mistica, sono una forma di linguaggio non verbale che rimanda alla pittura antica e a una dimensione altra.


Nelle mani e nei gesti confluiscono le attitudini, l’energia, le tensioni e gli abbandoni della nostra persona, la comunicazione non verbale, così come i luoghi, i modi di essere e i mutamenti delle società nei secoli.  


Vi sono inscritti la natura e il soprannaturale, i culti, le pratiche e le figure mistiche, la storia delle religioni e quella dell’arte, che, dall’antico al moderno, al contemporaneo, ha assegnato a questo soggetto una varietà infinita, centrale e accentrante di ruoli espressivi e simbolici. L’abilità nel dipingere, plasmare o fotografare le mani proprie o quelle altrui, spazia senz’altro da Albrecht Dürer a Bruno Munari, o da Sofonisba Anguissola a Cinzia Ruggeri, Ketty La Rocca o Rochelle Goldberg, solo per fare qualche esempio. Ci sono inoltre forme di gestualità pubbliche e private, sacre e profane, auliche o altrimenti popolari, quotidiane, che identificano e si applicano a una grande varietà di pratiche e mestieri, sono radicate nel sapere collettivo e appartengono non di rado ai nostri ricordi personali e familiari.


Mani, posture e azioni che colleghiamo al lavoro domestico o alle arti applicate. Mani che ci formano evocando in noi momenti vissuti, affetti, musicali andamenti di riti operosi della tradizione iterati e perpetrati nel tempo. Mani che cucinano, cuciono o ricamano, che da piccole hanno catturato la nostra attenzione, fondendosi con l’esperienza dei nostri contesti spirituali e culturali d’origine. Sono quelle che la ventiseienne Martina Cassatella ha scelto di rendere protagoniste uniche e ricorrenti della sua arte.


«Sono nata nel Gargano, in una Puglia molto religiosa e legatissima alle icone. Nella mia zona sono pane quotidiano, definiscono i contenuti del dialogo e dello scambio interpersonale. Oltre a rappresentare delle forme di scrittura e non di pittura, intrecci e stratificazioni di dati che non riproducono mai un modello, ma quasi compongono il tessuto di un credo che trascende l’umano e la cifra autorale», spiega Martina.


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ATP Diary – Fra passato e presente, tre modi per dire la stessa cosa in pittura

Testo di Lara Pisu

All’ArtNoble Gallery, fino al 24 novembre, una mostra che continua a domandarsi sulle sorti della pittura nel contemporaneo attraverso la pratica di tre giovani artisti: Martina Cassatella, Emilio Gola e Roberto de Pinto.

Indissolubilmente legata alla storia umana, la pittura continua a essere una questione sempre aperta e pronta a offrire sempre nuove proiezioni, diventando lo specchio della cultura che cambia. La superficie bidimensionale della tela non smette di ammaliare, emanando quasi quello stesso amore che ha spinto Narciso a gettarsi nello specchio d’acqua. È una petit mort questa, capace di continuare ad attrarre a sé generazioni di artisti; si esprime così quell’inesauribile discussione – forse più maieutica – che è la pittura, dimostrandosi senza tempo.
Quella stessa pittura che a oggi si oppone alla smaterializzazione della vita, costringendo a un rapporto fisico e diretto con la sua materialità, opponendosi al non-fisico del mondo contemporaneo. E mentre Hirst brucia le sue opere per farle vivere solo in un universo immateriale, ecco che una serie di giovani artisti rivendicano la presenza del corpo all’interno dello spazio.

È così che l’ArtNoble Gallery presenta Tre modi per dire la stessa cosa, una mostra a cura di Antonio Grulli: un confronto fra tre pittori emergenti, Martina Cassatella, Emilio Gola e Roberto de Pinto che, oltre la fascinazione per la stessa superficie piatta, condividono la formazione, lo studio e anche l’amicizia (visitabile fino al 24/11).
Ognuno a modo proprio crea un’atmosfera coinvolgente, richiamando inevitabilmente l’interlocutore a sé fra seduzione, empatia e mistero, in un rapporto che prende vita all’interno degli spazi della galleria, cadenzati da leggere tende dorate che ritmano la visita della mostra conferendogli un’aria leggera, quasi di festa.
Un ritmo lento (umano) in cui non c’è nulla di concitato, tutto appare calmo e contemplativo: il tempo nelle tele è fermo, ozioso e cristallizzato, dove si attua una situazione intima fra il lavoro e chi lo osserva.

Martina Cassatella gioca su un luogo nullo, dove il tempo sembra non essersi ancora creato, un luogo in cui tutto è sospeso. Nell’Etere dei suoi quadri mistero e magia vengono fusi in un discorso che si consuma attraverso luce, mani e capelli – questioni fondamentali all’interno della storia della pittura – in una purissima tecnica a olio.

Fitte trame di capelli vengono distese e annodate da mani che propongono un proprio linguaggio, in una tensione perturbante in cui questo codice delicato si fa imponderabile. Oscilliamo così fra terrore dell’ignoto e un fascino magico, la proiezione di un culto misterico che con il suo torpore ci pervade: veniamo attratti dal dipinto come una falena è attratta dalla luce.

In Emilio Gola la temporalità viene eliminata privando di connotazione i luoghi in cui i suoi personaggi agiscono: rimanendo privi di riferimenti spaziali qui inizia a esistere un tempo indefinibile, che però si fa momento di scoperta di sé: la formazione identitaria che si ottiene attraverso la relazione, i limiti di un corpo compresi tramite lo scontro con l’altro e con l’oggetto.
Abbiamo così tre corpi aggrovigliati – corpi di persone vicine all’artista, dunque forme che provengono da studi dal vero – che vengono travolti (o forse fanno parte?) da un immenso mucchio di oggetti riversati su tela. In questo universo proprio composto da moltitudini, anche la pittura si fa tale: compaiono così olio, gessetti, acrilici, in cui pittura grassa e secca coesistono e vengono attraversate da differenti utensili, lontani dal mondo dell’arte, usati come stencil, timbri o retini. Ambienti in cui corpi intrecciati riscoprono la dimensione del gioco per trovare la propria identità, animati dagli oggetti dello studio, come scarpe e libri, che si moltiplicano diventando una marea.
E nel mare e sotto il calore del sole ritroviamo delle narrazioni in cui il tempo è bloccato in un attimo che diventa infinito, quell’istante dedito all’ozio in quanto attività rigenerativa.

Roberto de Pinto crea delle narrazioni dove ciò che viene presentato su tela esaurisce tutta la conoscenza di cui abbiamo bisogno: possiamo immaginare gli attimi appena precedenti al momento in cui tutto si ferma, che sembra coincidere con quel momento in cui il nostro sguardo incrocia quello dei personaggi. Uomini mediterranei che mostrano la propria pelle in atteggiamenti disinibiti ma mai volgari, che ci invitano a guardare i loro corpi e a goderne, attraverso i loro difetti che qui acquisiscono un’aura di sensualità. La pelle bruciata dal sole, ruvida, sussurra il suo bisogno di contatto e di essere dunque accarezzata; una sensazione che non abbiamo solo a livello virtuale ma stesso fisico: l’encausto – una tecnica che mischia pigmento e cera – crea quella che può essere definita una vera e propria epidermide (pittorica). Una materialità erotica che si propaga attraverso l’aria e che, priva di veemenza, si porge all’interlocutore e lo pone di fronte a una (non)scelta: accoglierla o restarne inevitabilmente attratto, così come lo sguardo di questi giovani pittori rimane attratto dalla pittura, un’arte che affascina l’essere umano da migliaia di anni.

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ElleDecor – The curatorialist: la bellezza antica dei quadri di Roberto de Pinto

Di Maria Chiara Valacchi

Come in un frame di una scena neorealista, nei quadri di Roberto de Pinto vive la sublimazione di una bellezza antica ma, al posto del bianco e nero, tutto è come filtrato da una lente dai toni ocra-ambrato; una scelta che trova la sua naturale genesi nel calore della sua terra natia, la Puglia, che continua ad essere parte di se anche a Milano, città dove lavora oramai da sette anni e dove ha frequentato l’Accademia di Brera. Tutto nel suo mondo tende ad una placida naturalezza, come d’altronde la stessa che lo ha indirizzato a scegliere il linguaggio pittorico e che lo indirizza ogni giorno verso composizioni costruite spontaneamente, risolvendola in una continua ri-modulazione del corpo, quello maschile in generale – e il suo in particolare, come se fosse un suo alter-ego – modello a lui troppo vicino per ignorarlo e non manipolarlo. Close-up di volti dalle mascelle volitive, barbe, petti ornati da collanine dorate e pelli bronzate dal sole ed ancora trame di ombre vegetali che si proiettano su volumetrie che tendono alla bidimensionalità e che sembrano attingere alle sperimentazioni di alcuni maestri di primo novecento sedotti dall’arte africana o arcaica. Come delle marionette di carta le figure che abitano la tela si accostano e si sovrapongono come appiattite tra loro, fendute solo da bagliori, riverberi di acqua cristallina o immerse tra sparute vegetazioni, che, con i loro stralci di luci ed ombre, accarezzano le figure conferendogli corpo e profondità, facendo sprofondare lo spettatore in visioni di piena estate. Dentro ogni suo lavoro e in questi ambigui individui c’è infatti il calore del mediterraneo e le atmosfere di una solitudine tipica delle atmosfere del sud; la sua tecnica ad encausto – che richiama i disegni preparatori risolti a pastello – contribuisce ad amplificare questa sensualità, calda e avvolgente, inducendoci a voler desiderare di entrare con il nostro sguardo in questo spazio-tempo lento e primitivo.



La parola all’artista, Roberto de Pinto

Quando hai deciso di diventare un’artista e perché, tra i molteplici linguaggi, hai scelto la pittura?

Non c’è stato un momento in cui ho deciso di fare l’artista, come non ho scelto la pittura tra i linguaggi. A mio parere sono cose che non si decidono, vengono da sé in maniera del tutto naturale in base alla propria attitudine e alle propensioni di ognuno: io mi sono sempre trovato a mio agio con una matita o un pennello tra le mani. Probabilmente, se mi fossi trovato altrettanto comodo con uno scalpello sarei diventato scultore, o se fossi stato bravo con le parole magari avrei fatto l’avvocato.

Hai frequentato delle scuole che hanno favorito questa carriera?

Dopo aver completato i cinque anni di liceo scientifico a malavoglia, risultati però sicuramente utili ad alimentare una successiva voglia di fare, mi sono iscritto all’accademia di Belle Arti di Brera, dove ho trovato professori validi per la mia formazione. Tra tutti Marco Cingolani alla cattedra di pittura che è stato fondamentale per me e la mia crescita.

Esiste nel tuo processo artistico una fonte di ispirazione prevalente? e come questa si traduce nelle tue tele?

Al centro di ogni mio quadro c’è un corpo: il mio o quello di altri, o meglio l’idea che ho di esso. Sono quadri che invento, non ci sono immagini da riprodurre ma composizioni da costruire con elementi tradotti in un mio personale linguaggio. Ogni corpo e ogni elemento comunque ha a che fare con un ricordo e un immaginario “mediterraneo” risalente alle mie origini pugliesi.


La parola al gallerista, Matthew Noble

Come hai conosciuto il lavoro di Roberto de Pinto?

Ho conosciuto Roberto e il suo lavoro più o meno nello stesso periodo in cui stavo immaginando di intraprendere quest’avventura, aprendo la mia galleria, verso la fine del 2020. Come tutti gli incontri speciali è stato molto spontaneo, naturale, poiché l’ho conosciuto casualmente tramite Emilio Gola, uno dei tre artisti con i quali Roberto condivide tuttora lo studio: rivedendo Emilio dopo tanto tempo, e scoprendo che era pittore, un giorno, incuriosito, sono andato a trovarlo in studio dove di conseguenza ho conosciuto anche Roberto.

Quali i motivi che ti hanno spinto a rappresentarlo?

Mi sono avvicinato di più a Roberto durante il secondo “studio visit”, nel quale rispetto al primo, di pura conoscenza, mi ha mostrato dei lavori di grande dimensione dei quali mi sono subito innamorato. Col tempo ho avuto modo di conoscere meglio Roberto come persona e, oltre a comprendere meglio le sue opere, anche la stima nei suoi confronti è cresciuta. Come con tutti gli artisti che rappresento, ovviamente oltre all’impeccabile risultato professionale, do molto peso al rapporto umano che si costruisce insieme, basato principalmente su fiducia e stima reciproca. Inoltre trovo che Roberto, nonostante la giovane età, sia un artista di grande spessore. Per non parlare poi dei suoi lavori: sensuali, carnali, assolati, contemporanei nel loro essere eppure così evocativi e arcaici. Chiunque abbia avuto l’occasione di vederli dal vivo probabilmente avrà avuto le stesse sensazioni che sento io quando mi ritrovo ogni volta a rimirarli.

Spiegaci perché investire sulla sua opera

Trovo che Roberto de Pinto oggi sia uno dei giovani pittori italiani più interessanti (e direi lo sarà anche nel futuro!). Nonostante si sia laureato poco più di 1 anno fa all’Accademia delle belle arti di Brera, la maturità del suo lavoro è già all’altezza di artisti più noti dal talento consolidato. Il fascino della tecnica, l’attrattiva dei soggetti rappresentati, sono solo alcuni dei suoi punti di forza.

Le gallerie indiscutibilmente influenzano le carriere degli artisti; qual è il lavoro specifico che stai facendo su di lui?

Con Roberto, insieme agli artisti Martina Cassatella e Emilio Gola, ho inaugurato in galleria a metà settembre una mostra collettiva curata da Antonio Grulli. Oltre a questo, avrò occasione di presentare il lavoro di tutti e tre nelle prossime settimane, ad ArtVerona nella sezione Introduction. Volevo presentare in fiera un piccolissimo assaggio della mostra in galleria che sta dando enormi soddisfazioni. Inoltre, il lavoro del gallerista é quello di confrontarsi in maniera costante con gli artisti, supportare le loro esigenze e i loro pensieri, e proteggere la loro pratica. In questo momento bolle molto in pentola, ma é ancora troppo presto per annunciare i prossimi progetti.


La parola al collezionista, Diego Bergamaschi

Come sei venuto a conoscenza del lavoro di Roberto De Pinto?

Mi sono imbattuto nella ricerca pittorica di Roberto più di due anni fa grazie all’invito di una curatrice che mi aveva organizzato una studio visit a Milano nello studio che Roberto condivide con altri giovani artisti. Da allora lo seguo con grande attenzione.

Perché hai deciso di acquistare una sua opera?

Sin da subito mi aveva colpito l’originalità del suo immaginario naturalmente corroborata da un’ottima tecnica pittorica. Aggiungo non da ultimo che anche il colloquio con Roberto in quella prima visita e i contatti avuti successivamente mi avevano convinto della sua serietà e della sua ferma ma pacata determinazione come artista. L’acquisto è arrivato due anni e passa dopo il primo contatto come spesso mi capita ma mi ha permesso di acquisire un’opera che ritengo estremamente rappresentativa della ricerca complessiva dell’artista

In che modo si inserisce il lavoro di De Pinto nella tua collezione?

La cosa divertente è che la mia collezione era quasi del tutto priva di opere pittoriche in senso stretto ma negli ultimi 4/5 anni le nuove generazioni di artisti mi hanno trascinato nuovamente a riscoprire questo medium che avevo, lo ammetto, un po’ snobbato nel corso della mia attività collezionistica. Quindi per rispondere, l’opera di Roberto si inserisce perfettamente in questa parte della collezione che guarda con estrema attenzione alle nuove tendenze, perlopiù pittoriche e figurative con un immaginario estremamente interessante e a mio avviso specchio dell’attitudine di una generazione che legge il mondo che ci circonda con grande sensibilità e lo rappresenta in modalità naif o ancor meglio surreale quasi a volerlo esorcizzare.

Cosa prevale, nel tuo caso, nella scelta di un giovane artista: pura vocazione mecenatistica o un progetto di investimento a più largo spettro?

La vocazione mecenatistica è notevole da diversi anni, trovo tanta qualità nei giovani italiani e sento l’esigenza di sostenere il loro mondo conscio che la loro visione sia utile a tutti non solo agli appassionati o agli addetti ai lavori. Certamente in termini di investimento la mia vocazione a dialogare con i ragazzi all’esordio di carriera mi ha permesso a volte di acquisire opere a prezzi nettamente diversi da quelli che gli stessi artisti poi assumono quando la loro carriera si avvia nei tradizionali percorsi del mercato dell’arte

Pensi che il sistema dell’arte, quello italiano in particolare, dovrebbe fare di più per sostenere i giovani?

Assolutamente SI. Il nostro sistema dell’arte ha delle eccellenze spendibili a livello internazionale a tutti i livelli, galleristico, editoriale , manageriale e curatoriale … si fa ancora troppo poco , a mio avviso è ancora diffusa tra i giovani addetti ai lavori la percezione, a mio avviso autolesionista, che l’esterofilia acceleri i percorsi di carriera. tempo fa ho definito il collezionare arte giovane italiana un’azione per metà poetica e per metà politica nel senso altro del termine . Mi piacerebbe che in futuro una percentuale rilevante diventasse quella di buon investimento non solo culturale ma anche economico.


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Vogue – Emilio Gola, l’artista del mese che dipinge accumuli di scarpe, abiti e persone

Di Mariuccia Casadio

Emilio Gola: scopriamo i coloratissimi lavori del nuovo artista scoperto da Vogue Italia

Nei suoi quadri le cose sono cumuli, stratificazioni casuali che saturano lo spazio, mentre sostengono e sospendono corpi in equilibrio precario. Nell’arte di Emilio Gola, milanese di ventotto anni, che si è iscritto all’Accademia di Brera dopo tre anni di Politecnico, ci sono gli amici e l’aria del tempo. La vita e gli incontri in interior sopraffatti da giovanili passioni per scarpe e sneakers, montagne di coriandoli, pile disordinate di libri. Come delle architetture di umani e oggetti, abiti e capelli multicolore, afflati inanimati di socialità, di abbandono, di relax e reliquie dello shopping, che si sovrappongono e si fondono insieme. 

«Il mio primo dipinto è il ritratto di un amico caduto sulla poltrona e il punto centrale non è più il volto, ma proprio la caduta. Mi sono allontanato così dall’introspezione. E quando nel quadro si sono aggiunte più persone hanno generato degli ingranaggi di umanità. Incontri che in fondo descrivono il mio contesto». E con altre persone, suoi coetanei, altri giovani artisti suoi ex-compagni di accademia, Gola interagisce davvero full-time. Nello studio in via Piero della Francesca che condivide con Martina, Roberto e Filippo, come lui emergenti eccellenti, si respirano i sogni e gli interscambi di chi è determinato a ricercare e a trovarsi. 

«Ogni quadro rappresenta un insieme in cerca di forma. È come se il quadro fosse un tentativo di raccontarsi e insieme di interpretarsi. Un’indagine sul nostro modo di essere vivi. In un quadro sono entrate le scarpe perché ne sono circondato anche qui in studio, lo stesso vale per l’altro con i libri. Questi oggetti raccontano un po’ l’identità, la ricerca dell’identità, che non di rado è determinata da quanto è intorno a noi: gli altri, le cose, le ossessioni». La ricerca e il senso del gioco peraltro coesistono nella pratica e negli immaginari di Emilio, che, erede di una nobile famiglia milanese, discende da un omonimo rappresentante della Scapigliatura italiana, ha un nonno celebre medico che dipinge nel tempo libero e si è iscritto al liceo artistico con l’incondizionato benestare del padre. 

L’arte insomma è un affare di famiglia, un modo transgenerazionale di esprimersi. Antonio Grulli, che di Gola e di Martina Cassatella e Roberto de Pinto, i due artisti che ne condividono lo studio, curerà una mostra a fine settembre nello spazio ArtNoble di Milano, ha illuminato Emilio con un’osservazione. «Mi ha detto che le tre figure dei miei quadri possono diventare una costante della mia pittura, che è sempre dal vero come le bottiglie di Giorgio Morandi». Una futura, concluderei, possibile e magnifica ossessione d’artista.


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Interni – Tre modi per dire la stessa cosa

Di Danilo Signorello

ArtNoble Gallery presenta la collettiva di Martina Cassatella, Roberto de Pinto e Emilio Gola, a cura di Antonio Grulli. Dal 20 settembre al 24 novembre 2022 a Milano in via Ponte di Legno 9


Un’opera d’arte è spesso un punto di domanda di fronte al quale ci si arrovella, sapendo che probabilmente non ci sarà mai risposta. Indizi sì però. Attraverso l’arte si frantumano davanti ai nostri occhi mondi e tradizioni che chi osserva fa suoi. E allora, che cosa chiede l’arte a chi la guarda e cosa chi la osserva chiede all’arte? Tutte le opere lasciano qualcosa, modificano i gusti, arricchiscono le conoscenze. Raccontano e dicono.

Raccontare la pittura

“Tre modi per dire la stessa cosa. Tre modi per dire pittura. Di questo tratta la mostra. Ogni pittore è sia affermazione di un modo di dipingere, sia critica implicita di tutto ciò che è stato dipinto fino a oggi. E non c’è nulla di più elettrizzante di una nuova generazione che emerge, portando nuove forme, nuovi sentimenti, e facendo pulizia di tutto ciò che ormai non è più in grado di parlare. Tre giovani pittori, usciti dall’Accademia di Brera, si presentano sulla scena italiana. Martina Cassatella, Roberto de Pinto, Emilio Gola. Tre pittori differenti tra loro, ma uniti da uno spirito comune.Tre modi per dire una pittura nuova, senza sensi di colpa, senza complessi di inferiorità rispetto agli altri linguaggi”, spiega Antonio Grulli curatore della mostra presso gli spazi milanesi di ArtNoble.

Bagliori di luce, tepori estivi e corpi aggrovigliati

Sono ombre attraversate dalla luce quelle evocate da Cassatella: bagliori che emergono dall’oscurità. Lo sguardo è dall’interno, energia che splende e racchiude. Tepori estivi spingono le figure di de Pinto a togliersi la canottiera, a stare in costume, a scoprire la propria pelle che, nuda e imperfetta, è esposta ai raggi del sole: ruvida e sudata, si brucia e si colora di terre argillose, si sporca di carbone; i rossi e i neri delle figure dei vasi antichi. La pittura di Gola è una pittura che è capitata da sé. Tre corpi si aggrovigliano, si mescolano e si sciolgono. Gli oggetti trovati, che abitano lo studio dove lavora, completano la composizione dei suoi lavori.

Colore come nucleo di luce

“La pittura di Martina è fatta di mani, luce e capelli. In ogni quadro vengono declinati e ricombinati diversamente. Tre elementi che permettono di indagare il modo in cui la pittura riesce a farsi forma plastica, il modo in cui il colore diventa un nucleo di luce, e il modo in cui la linea astratta può essere figura capace di attivare e destabilizzare la superficie pittorica, andando a creare intense figure fantasmatiche”, racconta Grulli

Alter ego dell’artista

“Roberto popola la tela di corpi provenienti dal Mediterraneo profondo. Sono alter ego del pittore, oziosi, immersi nell’acqua o all’ombra della vegetazione; talvolta emerge solo una parte dei volti o un dettaglio anatomico, talvolta sono rappresentati in gruppetti poco affaccendati, forse per la calura. Le tecniche da lui utilizzate, l’encausto e i pastelli, si fanno erotica della pelle, delle abbronzature, delle ombre sui corpi.”

Costellazioni temporanee

“Emilio è punto, linea e superficie. I corpi degli amici creano temporanee costellazioni in continua riformulazione; motivi pittorici ricorrenti resi attraverso textures realizzate attraverso l’utilizzo di strumenti estranei alla pittura, a cui si aggiungono linee cariche di energia cinetica in grado di sintetizzare le dinamiche dei corpi, e superfici pittoriche mediante le quali si esaltano le linee e i punti delle textures.”.


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Lampoon – ArtNoble Gallery, Milan: an implicit critic of what has been painted up until today

By Eugenia Pacelli

Painting today as seen by Martina Cassatella, Roberto de Pinto and Emilio Gola. Group exhibition curated by Antonio Grulli at Matthew Noble’s gallery – ArtNoble Gallery

Said, read or seen with Martina Cassatella, Roberto de Pinto and Emilio Gola

How many times when we want to say something, many ways of expressing it come to our mind. How may times, after saying it, we say to ourselves: I could have said it in a different way, it would have sounded in another way. Yet the message is still one, all we mean is one thing. But the listener is different and it becomes something else each time each time it is said, read or seen.

This is what happens with the works of three artists newly graduated from the Accademia di Belle Arti di Milano, Martina Cassatella, Roberto de Pinto and Emilio Gola, on view at ArtNoble Gallery in Milano until the 24th of November. The medium is one: paint. The ways they chose to tell it: three, expressing their personal voices and experiences. The message one: we can do painting without being afraid of being wrong. This is what paint means today: boldness. The courage to confront oneself with the antique medium that is never too old to reinvent itself, or better, for being used to say one’s personal story in a wide range of possibilities, all valid.

The curator Antonio Grulli makes us aware of how what it means to paint and how challenging it can be to be a painter nowadays: «every painter is an affirmation of his own way of painting but also an implicit critic of what has been painted up until today». Yet, the three young artists are not afraid of saying it their own way says Grulli, “silencing what is no longer capable of talking», finding a new way of speaking, existing. What they share is «a common spirit», continues the curator. Other than the school they graduated from, the three have a shared background: they work in the same studio in Via Piero della Francesca in Milan with another artist-friend, Filippo.

Martina Cassatella (San Giovanni Rotondo, 1996)

«Martina’s paintings are made of hands, light and hair». Antonio Grulli explains how these three elements are combined differently but are “all used to investigate how shapes become plastic, the color becomes source of light and the abstract line becomes a figure capable of destabilizing and communicating to the pictorial surface, creating intense ghostly figures»

The ghosts being the reminiscence of a memory suddenly revealing itself in a tangle of subtle lines, in a dim yet powerful mystical light, coming from within the canvas and expanding, narrated through the gentle gestures of hands poetically combined. Hands that of the human body are one of the most communicative parts, capable of silently yet effectively speak their own language. Like buddhist mudras, the hands’ position invites to overcome the space between the canvas and the viewer, being both warmly welcoming and surprisingly spectral just like when dealing with the unknown.

Roberto de Pinto (Terlizzi, 1996)

Roberto’s paintings are inhabited by figures à l’hombre d’un abri, being the artist’s alter egos in the Mediterranean setting. Large and sunburnt figures, sweating, changing colors when hit by too much sun, caught in everyday-life moments such as shaving, mostly in moments of laziness, «probably due to the heat», explains Grulli. Bodies in alI their sensuality, sensitivity and reactivity.

Parts of bodies amplified by close-ups that make the viewer come inevitably closer and closer to them, as if they were there laying under the same sun, experiencing the same heat, covered by the same shadows, not being able to look at the whole due to nearness. The ancient technique of the encaustic is a central part of his work, as the curator explains: «the techniques he uses, encaustic and pastels, becomes erotic of the skin, of the tans, of the shadows on the bodies».

Emilio Gola (Milano, 1994)

«Emilio is point, line and surface». Intricate bodies, what he calls ‘the gears of humanity’, occupy the whole space of the canvas crowded with shoes, books, confetti; it’s not about the single objects  that lay in his studio but it’s wholeness, what it later becomes. The human figures are the people Emilio met: friends, friends of friends that came by the studio.

The drawing from life is the paradox, as he catches the freedom of the poses his models assume. His paintings create a sleepy atmosphere, mysterious in it’s unknown time and setting. The painting techniques shift just like the eye going through the narrative substrate on the canvas, changing from greasy paint and chalk to different way to layer colors.Bodies and objects entangle themselves in a search for their own balance, or their new identity, being the sum of them all.

«Three and new ways to say painting, without guilt and without inferiority complexes compared to other languages», concludes the curator Antonio Grulli.


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Arte.it – Tre modi di dire pittura. Emilio Gola, Martina Cassatella e Roberto de Pinto in mostra a Milano

Di Francesca Greco

Milano – Tre corpi che si incastrano e si ingarbugliano. Sguardi che si cercano. Con le mani ognuno riesce ad arrivare ai piedi dell’altro e a slacciargli le scarpe, mentre il cumulo di libri e sneakers sullo sfondo ricorda le onde del mare. Il quadro di grandi dimensioni (185 x 134.5 cm) è di Emilio Gola e senza volerlo dice molto sul suo modo di vivere l’arte. “Il titolo Manovre correnti – racconta Emilio – è un termine velistico: indica il momento in cui sulla barca tiri le funi, aggiusti i nodi e le vele: una metafora del gruppo, di giovani che insieme vanno verso qualcosa aiutandosi a vicenda, come su un mare burrascoso”. La meta (o il mare?) è forse la pittura stessa: Emilio – milanese, classe 1994, discendente di un celebre pittore della Scapigliatura suo omonimo – sta vivendo la propria avventura artistica accanto a due giovani amici, Martina Cassatella e Roberto de Pinto – con i quali condivide uno studio a Milano in via Piero della Francesca e il progetto di una mostra in scena dal 20 settembre al 24 novembre negli spazi di ArtNoble Gallery.

Curata da Antonio Grulli, Tre modi di dire la stessa cosa – ovvero di dire pittura – è un viaggio nella galassia di un’arte antichissima ma in pieno rinnovamento attraverso lo sguardo fresco di tre giovani che l’hanno scelta senza indugio. Non importa se siamo nell’era del digitale, se l’intelligenza artificiale inizia a sfidarci anche sul terreno dell’arte, se maestri del pennello come David Hockney si sono convertiti alla tavoletta dell’Ipad. “La pittura non è solo un’immagine, è materia, è un oggetto nella sua fisicità. Esiste da sempre, anche se passa di medium in medium”, spiega Emilio. “È il mezzo con cui siamo più a nostro agio e con cui riusciamo a esprimerci con totale sincerità: tutto quello che vogliamo dire passa attraverso la pittura”, conclude Martina.

Diversissimi sono invece i linguaggi pittorici scelti dai componenti del trio. Olio, gessetti e acrilico usati in modo spesso non convenzionale da Emilio, che guarda alle pennellate rapide di Rainer Fetting, dei Nuovi Selvaggi e agli inglesi come Hockney nel loro legame con il qui e ora. La rara e ricercata tecnica dell’encausto per Roberto, innamorato di Francesco Clemente e della sua “stanza” al MADRE di Napoli. Purissimo olio su tela per Martina, alla ricerca del trascendente e intrigata dalle connessioni tra le arti, vicina agli universi sognanti di Gino De Domicis e alla poesia di Osvaldo Licini. Il loro è un confronto continuo e senza tabù: “Lavorare insieme in studio è stato fondamentale per crescere. Ciascuno di noi è un occhio amico che osserva il lavoro degli altri. Ogni pennellata diventa un’occasione di scambio”, raccontano. “Ognuno, naturalmente, conserva la propria identità. E tra noi siamo assolutamente sinceri, a costo di dirci cattiverie”.

L’itinerario pensato per ArtNoble Gallery riflette la trama che li unisce. “Abbiamo immaginato la mostra come un dialogo tra i nostri lavori, in un percorso dai ritmi lenti e dilatati”, racconta Emilio. “Lo spazio, ampio e labirintico, sarà diviso in stanze con delle tende per scandire la visita in diversi momenti e invitare l’osservatore a cogliere le relazioni tra i quadri”, anticipa Roberto. “Abbiamo scelto un’illuminazione molto calda, diversa da quella del solito white cube, dove i visitatori si inoltreranno via via in situazioni sempre più intime”, spiega Martina: “I nostri lavori sono molto diversi in tutto, anche nel formato. Metterli insieme è stata una bella sfida per il curatore Antonio Grulli, ma questa varietà è diventata un punto di forza della mostra, riflette il gioco che tiene insieme le nostre individualità in studio e nella vita”.

Lungo il percorso incontreremo opere come I Baffi di Roberto de Pinto. È il viso di un uomo accaldato, che ha appena fatto una doccia dopo essere tornato dal mare: ingrandito su una tela di 180 x 135 cm, è rappresentato mentre si taglia i baffi ridefinendo i propri connotati. “Lavorare con dimensioni così ampie mi ha dato l’opportunità di soffermarmi sulla pelle erotica e sensibile. È una pelle arrossata, quasi irritata, che chiede di essere toccata e accarezzata, come rimarcano anche le gocce che scendono dalla fronte dell’uomo e i peli appena tagliati che cadono sulle dita”, spiega l’autore, aggiungendo: “I protagonisti dei miei dipinti sono come alter ego, personaggi fissi senza nessun riferimento a immagini reali, che rappresento ogni volta in situazioni diverse, come in un racconto”.

Alle storie magnetiche di Roberto si contrappongono le “apparizioni” di Martina Cassatella, che prende spunto dall’iconografia tradizionale – l’arte sacra del passato, ma anche le immagini della meditazione orientale – per lavorare sulla sua vera passione: le mani. “Il grande olio su tela Capriccioso, per esempio, nasce dall’osservazione del Cristo dodicenne tra i dottori, uno dei quadri più belli di Albrecht Dürer”, spiega l’artista: “Qui le mani sono il vero centro dell’opera: io le ho ribaltate e reinterpretate inserendo filamenti e bagliori che sono la cifra distintiva dei miei dipinti. Ho scelto una luce tiepida, stratificata, per dare all’immagine un’atmosfera magica. Mi sono divertita a creare un quadro apparentemente ben leggibile da lontano, al quale però bisogna avvicinarsi per vederlo e comprenderlo realmente”.

I dipinti di Emilio Gola, invece, nascono per caso: spesso dalle visite in studio di amici e conoscenti, che immediatamente diventano i soggetti di un disegno dal vero. Le loro figure si avvolgono e interagiscono in intrecci sempre nuovi, rigorosamente indipendenti dalla volontà dell’artista. Infine entrano in scena gli oggetti: “masse di libri e scarpe anche loro ‘capitati’ in studio, che in un certo senso chiudono la composizione” diventandone coprotagonisti, spiega Emilio: “I miei quadri raccontano il senso della scoperta dell’identità, che spesso avviene proprio nella relazione con gli altri. È una ricerca che si sviluppa attraverso lo stare insieme delle figure, alla quale partecipano anche le cose: non a caso, libri e scarpe sono oggetti che aiutano a definire la propria identità”.

E a proposito di scarpe, impossibile non citare un aneddoto riportato dall’artista durante questa lunga intervista: “Uno dei miei quadri era esposto in una banca di Milano, in via Manzoni. Leggendo il nome dell’autore, Emilio Gola, una signora ha pensato a un mio famoso omonimo, un antenato pittore che ha fatto parte della Scapigliatura. Così ha chiesto se nell’Ottocento esistessero già le scarpe da ginnastica”.
In Italia le sneakers sono arrivate solo nel XX secolo e per fortuna questa è un’altra storia. A tirare le fila dei dipinti di Emilio sono spesso tre personaggi: tre, come i “velisti” di Manovre correnti, tre come gli amici di via Piero della Francesca, tre come i modi di dire Pittura che scopriremo in mostra.

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VeronaSera – Il Premio Casarini Due Torri Hotel torna ad ArtVerona: in esposizione i finalisti

Il 5 stelle Lusso e la Fiera d’arte contemporanea si preparano a svelare il nome del vincitore. Mentre cresce l’attesa per la premiazione, che si terrà il 14 ottobre, sono stati annunciati i finalisti, protagonisti di una mostra che potrà essere ammirata all’interno di ArtVerona

Annunciati i finalisti del settimo Premio Casarini Due Torri Hotel. Sono stati selezionati sei artisti emergenti, che si candidano a ricevere questo riconoscimento in un anno speciale: nel 2022 ricorre infatti il cinquantesimo anniversario della morte di Pino Casarini, grande affreschista del Novecento, che ha realizzato proprio in hotel due delle sue opere più rappresentative in assoluto.

I sei artisti sono stati scelti e sostenuti dalle gallerie che hanno investito nel loro talento: Luca Grechi, con l’opera #3, 2022, Laboratori d’Arte Contemporanea; Edoardo Manzoni, con l’opera Allodoliere, 2022, galleria Lunetta11; Emilio Gola, con l’opera Autoritratto, 2021, Galleria ArtNoble; Pierluigi Scandiuzzi, con l’opera Macchina del tempo, 2022, galleria Lunetta11; Giulio Malinverni, con l’opera Polvere #1, 20220, Marighana Arte; e infine Jingge Dong, selezionato con ben tre opere: A magical sailing, 2022, Disagreement, 2022, e The Goddess of the Luo river (mountain), 2021, galleria L’ARIETE arte contemporanea.

Le loro opere saranno esposte al pubblico dal 14 al 16 ottobre negli stand delle gallerie di riferimento ad ArtVerona, la Fiera delle Gallerie Italiane di Arte Moderna e Contemporanea, partner del Premio e importante vetrina per il settore. Nel frattempo, cresce l’attesa per la premiazione: il nome del vincitore della settima edizione sarà svelato ufficialmente il 14 ottobre – giorno dell’inaugurazione della mostra – con un evento serale al Due Torri Hotel. Appuntamento alle 19.30: l’annuncio sarà seguito da un “Art Cocktail”, un momento di condivisione e brindisi.

Promuovendo i giovani talenti il Due Torri Hotel si pone in continuità con la propria storia: il 5 stelle Lusso di Verona partecipa da sempre alla vita culturale cittadina, anche in un’ottica di mecenatismo illuminato. All’interno del palazzo trecentesco troviamo infatti due capolavori di Pino Casarini – nume tutelare del Premio – l’Arena Casarini – una sala a tema circense realizzata con una tecnica innovativa che accosta la pittura all’architettura – e l’affresco dedicato ai Cavalieri di Brandeburgo, che impreziosisce le pareti della Lounge. ­


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Elle Decor – L’agenda delle mostre da vedere a fine settembre in tutta Italia

Di Silvia Airoldi


Pittura, scultura, video, installazioni e interventi site specific, ma anche disegno e opere su carta, fotografia e docu-film, open studio e progetti diffusi. I mille volti dell’arte contemporanea in 13 appuntamenti in gallerie, sedi museali e luoghi insoliti

L’agenda delle mostre di fine settembre ci accompagna in tutta Italia, tra gallerie, sedi museali e luoghi insoliti, per lasciarci conquistare dall’arte contemporanea che si svela nei suoi mille volti e linguaggi espressivi. Le esposizioni di questa settimana toccano l’ambito della pittura, rendendo omaggio uno degli esponenti di rilievo nel panorama dell’informale italiano; esplorando le diverse modalità del dipingere di tre giovani artisti che appartengono alla scena artistica emergente; o ancora trovano riferimenti nel mondo fiabesco, ricorrendo a un immaginario gotico-agrodolce che gioca sul registro del grottesco. Non mancano i progetti espositivi che vedono protagonisti il disegno, in versione bianco e nero oppure site specific e ancora opere su carta di un autore giapponese, che riflettono sulla fugacità del tempo. Gli appuntamenti del mese danno spazio alla scultura con un’artista che, attraverso i suoi lavori, punta l’attenzione sugli aspetti del ritmo, della ripetizione e della composizione, nonché della distorsione e riflessione visiva; un altro interprete emergente, invece, intende la pratica scultorea come un’astrazione sociale con radici profonde nelle sue origini sudafricane. Imperdibile, tra le proposte della settimana, è la mostra dedicata a un’artista, poetessa e performer nota con il suo pseudonimo maschile e per le sue opere che indagano il potere del linguaggio, l’espressività del corpo, l’identità della donna, il ruolo della memoria storica individuale e collettiva. Primo fra tutti il suo ‘alfabeto’, uno dei lavori più noti della stagione dell’arte femminista degli anni Settanta. E poi, ancora, le mostre di settembre si occupano di contenuti insoliti, come il progetto espositivo che delinea un mondo vicino al collasso o un rifugio per il futuro attraverso le opere di quattro artiste. Infine l’arte contemporanea è il fil rouge di eventi, anche in location insolite, tra interventi site specific, progetti diffusi, open studio e un docu-film che racconta la storia di una galleria e gli artisti che hanno contribuito a scriverla.

Tre modi per dire la stessa cosa, Milano

Martina Cassatella, Roberto de Pinto e Emilio Gola sono i protagonisti della collettiva, a cura di Antonio Grulli, presentata da ArtNoble Gallery, incentrata, come recita il titolo, su tre modi di dire la stessa cosa, ovvero pittura. Usciti dall’Accademia di Brera i tre giovani pittori, espressione della scena artistica emergente, si caratterizzano per la modalità differente di dipingere, accomunati, però, dallo stesso comune spirito. La pittura di Martina Cassatella è fatta di mani, luce e capelli, che l’artista declina e ricombina diversamente in ognuno dei suoi quadri. Attraverso quei tre elementi è possibile esplorare come la pittura riesca a farsi forma plastica, il colore diventi un nucleo di luce, e come la linea astratta possa creare intense figure fantasmatiche, spiega il curatore. Le tele di Roberto de Pinto sono popolate da corpi provenienti dal mediterraneo profondo e rappresentano alter-ego del pittore, oziosi, immersi nell’acqua o all’ombra della vegetazione. Mentre le tecniche utilizzate, l’encausto e i pastelli, “si fanno erotica della pelle, delle abbronzature, delle ombre sui corpi”, scrive Grulli nel testo che accompagna la mostra. Infine, per Emilio Gola la pittura è punto, linea e superficie. I corpi degli amici definiscono, nella loro rappresentazione sulle tele, delle costellazioni in continua riformulazione. I motivi pittorici ricorrenti sono resi con texture realizzate attraverso l’utilizzo di strumenti estranei alla pittura, a cui si aggiungono linee cariche di energia cinetica che esprimono le dinamiche corporee e superfici pittoriche con cui si si esaltano le linee e i punti delle texture, commenta ancora il curatore. Fino al 24 novembre.


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Exibart – Alberto Selvestrel, Frammentazione e unità – ArtNoble

Di Livia Milani

Le fotografie di Alberto Selvestrel, che incrociano architettura e natura, sono in mostra da Artnoble a Milano, fino alla fine del mese di luglio.

“Frammentazione e unità” nasce in seguito ad un rapporto di collaborazione artistica coltivato negli anni tra il gallerista Matthew Noble e l’artista Alberto Selvestrel e si traduce con un duplice obiettivo: da un lato portare in scena un excursus dei lavori precedenti di Selvestrel e, dall’altro, proporre al pubblico una ricerca del tutto innovativa.

La sfida principale di questo progetto è stata riuscire a proporre una continuità tra la fotografia e l’arte contemporanea e, come afferma il gallerista: «Si tende spesso a considerare questi due mondi come divergenti, tanto che il nostro obiettivo è stato proprio quello di mettere in comunicazione la fotografia e l’arte e far conoscere Alberto come artista e non solo come fotografo. A mio parere, l’utilizzo della fotografia come medium nella sua pratica ci ha condotto verso il tentativo di creare una sinergia tra questi due linguaggi artistici per dimostrare i punti che hanno in comune».

Per questo, attraverso la lente del medium fotografico, Selvestrel vuole indagare il legame esistente tra il mondo naturale e quello antropico, soffermandosi sull’importanza che l’architettura ha come elemento di separazione e, allo stesso tempo, di unità. A tal proposito, l’artista analizza così il linguaggio architettonico e spiega: «L’architettura può essere considerata un luogo in cui l’essere umano si rifugia per cercare protezione, ma anche dove svolge gran parte delle funzioni della vita ormai. Essa diventa simbolo dello sviluppo del pensiero umano e rappresenta una sorta di linguaggio. L’architettura ci fornisce informazioni utili sulle esigenze umane legate alla protezione e alla comodità, ad esempio. Anche solo ragionando sulla forma minima dell’architettura si nota l’esigenza umana di porre un confine e una separazione fra se stesso e il mondo naturale oppure fra sé e i propri simili».
Il cuore di queste riflessioni è esplicitato nella serie fotografica Link, visibile nella parte iniziale della mostra, dove Selvestrel ha catturato in diversi scatti le molteplici implicazioni che gli elementi architettonici possono avere a livello visivo, rappresentando talvolta dei veri e propri confini. Iniziato attraverso la pratica della scomposizione, questo progetto restituisce una serie di immagini che abbracciano la pratica della semplificazione e della riduzione in minimi termini e mostrano spigoli di muri che dialogano con scorci di paesaggio principalmente marittimo. L’artista, così, esplora le diverse combinazioni esistenti tra natura e architettura, cercando di enfatizzare i punti di coesione.

L’opera Migrazione fa da trait d’union nel percorso espositivo e apre una riflessione sui meccanismi di funzionamento del mondo naturale a livello propriamente empirico, soffermandosi su come molto spesso la natura si orienta verso principi di coesione sia all’interno di una stessa specie – in questo caso lo scatto ritrae il volo sincrono di uno stormo di uccelli – sia nell’interdipendenza tra forme viventi differenti. La migrazione in chiave simbolica apre così la seconda parte della mostra che, invece, si concentra sullo studio della grotta marina come luogo in cui i diversi elementi naturali – luce e acqua – instaurano un dialogo fatto di scambi e connessioni e dove l’evoluzione, seppur lenta, crea continue stratificazioni apparentemente invisibili all’occhio umano. La volontà qui è quella di superare la bidimensionalità dello scatto fotografico attraverso un display immersivo che sia in grado di restituire l’idea di trovarsi proprio all’interno di un ambiente naturale particolare. Qui Selvestrel si confronta con il pensiero filosofico metafisico, portando in scena un discorso che «abbraccia sia la visione orientale che occidentale in un’alternanza fatta di collegamenti e interrelazioni e non di differenze o gerarchie», dice Selvestrel.


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