Linkiesta – La campagna e i cani. La mostra di Roberto Alfano racconta le ambiguità del paesaggio e dell’identità

Di Dario Ronzoni

Si intitola “Miraggio inferiore” ed è ospitata dalla galleria ArtNoble di Milano dal 3 marzo. Ci sono elementi ricorrenti (i cani, le griglie) immerse in una dimensione a metà tra l’onirico e il reale, descritte in un difficile percorso di auto-svelamento.

Più che un paesaggio, è un’esperienza. Il mondo dell’artista lodigiano Roberto Alfano è un’evocazione di nebbie, pianure e solitudini. È una storia e insieme un percorso in una dimensione e in un tempo – la bassa, la fine del XX secolo – trasfigurati, dove gli echi delle mode delle città arrivano da lontano e diventano passioni, come il casco e i motorini.

La mostra (la prima personale) si chiama “Miraggio inferiore”, apre il 3 marzo fino al 29 aprile ed è curata da Piergiorgio Caserini. Èla quinta ospitata nella galleria ArtNoble di Milano, in zona Feltre, nata da appena un anno dalla verve dell’italo-inglese Matthew Noble, nella sua missione di ricerca di arte e bellezza.

Il lavoro di Alfano è, fin dal titolo, una metafora: evoca l’illusione ottica provocata nell’aria dalle superfici calde, di cui cerca di riprodurre la luce e, in un certo senso, l’incanto. Ma è anche un viaggio laterale, ai margini – inferiore, appunto – in balia di un paesaggio nebuloso, dove i confini del sé e dell’esteriorità si confondono tra loro – e qui è il miraggio – e non si coglie più la differenza tra il sentimento e l’esperienza. Così che una semplice passeggiata con i cani (particolare non da poco) sfocia in un percorso semi-iniziatico, composto di visioni da mondo rurale, periferico e di provincia.

La mostra è il racconto di una storia. C’è un personaggio, i suoi dilemmi interiori, un casco che lo nasconde o protegge. C’è un incontro, il progresso nella nebbia e, da qui, le evocazioni che mescolano Aphex Twin e immagini di realtà di campagna, come l’uccisione del maiale e la baracca, vera, a dimensione naturale e composta da dipinti dello stesso Alfano. Una struttura fragile in cui l’artista, in fase di allestimento, ha anche passato giorni e notti intere per raccogliere, dalla sua mente, pensieri, ricordi e idee da ripresentare al pubblico. Siamo al confine tra la memoria e la nostalgia.

Ci sono, soprattutto, tantissimi cani. Alfano li dipinge o li assembla con materiali di varia origine (è la sua passione per l’Art Brut) o, ancora, li modella. È una figura importante perché, spiega a Linkiesta, che ha potuto visitare la mostra prima dell’apertura, «sono un veicolo di molti concetti e idee». Il cane esprime, ad esempio «il controllo – che può essere a sua volta inteso in tanti modi – e l’allentamento», ma anche la fedeltà, l’amicizia, l’affetto, la vicinanza. Presenze polisemiche e temi che, dopo due anni di distanziamento e misure coercitive, risuonano nella sensibilità di tutti. Alfano li riprende, li smonta e li ripresenta in una costruzione personale e originale, con tutte le declinazioni possibili. Non per niente ci sono cani al guinzaglio (con nomi di motorini degli anni ’90: Zip, Booster e Energy) e cani liberi.

Non mancano maschere, a sottolineare quanto il tema dell’identità e della conoscenza di sé sia fondamentale nelal sua opera, e ricorre il motivo della griglia (che può essere a sua volta maschera). Una cifra stilistica, «che mi piace e mi aiuta a esprimere molte idee». È prigione, è rete, è un modo di squadrare la realtà.

Alfano è nato a Lodi nel 1981, è passato dall’amore per i graffiti alla cultura dell’Art-Brut, imbevendosi anche di post-impressionismo. Parte della sua attività è stata nell’arte come terapia clinica, dove ha condotto laboratori artistici per persone con disagio psico-fisico e sociale. Sono state «esperienze importanti», lo hanno portato a pensare all’arte in modo diverso, come strumento per toccare parti del sé oscurate e delicatissime. Qui il fine era terapeutico, ma il potere di introspezione ed espressione, forse, è lo stesso.



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