S/S/P – Roberto Alfano & Oliviero Fiorenzi MATT

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FEB 13 – MAR 23 2020

Text written by Piergiorgio Caserini
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La provincia si nasconde dietro i tradimenti della bellezza delle cose e dei piaceri degli occhi. Le valliverdi, i bacini lacustri e fluviali, le pianure e gli andirivieni collinari con i loro costumi, le feste e le fiere, i santi e le madonne, hanno ceduto il passo a una commistione che vede segni e segnali confondersi tra i territori periferici e rurali, volgarizzarsi – che come vuole la storia, è traduzione in lingue note – e mescolarsi nelle immagini contraddittorie che vestono la provincia.

Perché per quanto i silenzi e il frinire delle cicale in prossimità delle discariche o dei distretti logistici possano dare scabre rimembranze di quiete e sollazzi vari, la provincia vive da sempre il suo storico bovarismo: rimanere dove si è sognando gli al di là del territorio, oltre al paesaggio naturale e mentale, e riprodurre nei suoi spazi i sogni e gli incubi che connotano il sempiterno “isolamento” di questi luoghi.

Così che gli orizzonti dei campi, delle colline, dei fiumi e dei litorali si fanno confine, assieme alle soglie di casa e agli asfalti arricciati delle statali che tagliano le campiture del paesaggio. Il territorio reale e mentale ripiega su sé stesso, si stringe e si reinventa, sogna di sé. Lì dove lo sguardo si posa si ritrovano le ossessioni che abitano la provincia reale, quella marginalizzata e riscritta dal persistere del racconto bucolico del rurale e del turismo.

Questi territori che rientrano sotto la definizione di “provincia” sono tante cose insieme, oscillano tra claustrofobia e claustrofilia, sono territori plurali. Sovraccarico di segni e segnali, l’immaginario “provinciale” è un calderone e ribolle di giovinetti protopascoliniani e lavoratori bianciardiani, di violenza e ludopatie croniche.

È una visione caleidoscopica che se vogliamo può ricordare i miraggi della calura sulle provinciali, quando l’asfalto beccheggia come i laghi al passaggio dei traghetti, sono gli adesivi sulle carene delle moto, i graffiti e le scritte inflazionate dei partiti e dei movimenti locali sui lunghi muri derelitti dei distretti logistici, sono i volti posterizzati, circensi e itineranti che raffigurano mondine tra leoni esotici e pistoleri da Far West, sono le bandiere e le banderuole che sventolano su barche e trattori in processione nei paesi di vaga memoria agricola, o le scomposte file di barche e boe tra laghi e fiumi che trasportano vecchie effigi pesanti di santi malfatti a sei dita.

Roberto Alfano e Oliviero Fiorenzi hanno pratiche che si incontrano nei tragitti e in queste aree. Il graffito, per cominciare, è stato luogo comune in cui gli artisti hanno elaborato quel rapporto tra pittura e supporto, il decantato display, sul quale i segni andavano a braccetto con il paesaggio ed erano lasciati al tempo che passa tra muri, vetri, fabbriche abbandonate e qualunque superficie potesse costruire una ricorrenza con il paesaggio.

È da questo terreno comune che gli artisti hanno differenziato le proprie pratiche.

Roberto Alfano ha attinto alle atmosfere dell’immaginario della pianura, alle ridondanze che tra i campi snervavano e lentamente attecchivano in chi da bimbo le percorreva. Parliamo tanto dell’iniziale immaginario pop sul quale l’artista si è concentrato per anni, quanto sulle ridondanze che innervavano la provincia: dalla lega alle nutrie al “classicismo” dei capannoni spogli e via dicendo. Il lavoro di Roberto è quello del segno ossessivo, del ricorrere dell’esperienza e di ciò che lo spazio apparentemente chiuso della provincia, quello stretto tra i campi e le nebbie, lascia all’immaginazione. Nello sguardo che si blocca di lì a qualche metro è facile perdere la razionalità e farsi ingannare, e la pratica di Roberto è quella che riferisce allo spazio interiore che occupano i simboli, le figure e i caratteri dell’immaginario. I ricordi che si sedimentano e sbiadiscono ma anche i miraggi che tali spazi producono, dove rivivono i giocattoli e gli atteggiamenti infantili, i sogni e i deliri che sono poi un miscuglio di guerre e classicismi, arcobaleni e carri armati.

Il lavoro di Oliviero Fiorenzi parte invece dal territorio reale, facendo propria quell’azione ambientale, climatica e temporale, che lo spazio aperto agisce sulle superfici. L’aria fende, smuove e fa rumore, e nella foschia al limitare dell’orizzonte ciò che serve sono segnali. La sua ricerca si concentra infatti sulla relazione tra gesto pittorico e segnale, una pratica che restituisce il paesaggio come segno visivo, come il parlottare di una lingua che si dipinge in tutto ciò che all’occhio si consente: boe, torrette, moquette, segnavento; per Oliviero il territorio è supporto e struttura del linguaggio. È un retaggio dell’orientamento, della passeggiata, ma anche più cinicamente della proprietà, delle bandiere, di cartelli e cartelloni. Così che il suo lavoro è quello di fare paesaggio, di fornire gli strumenti per leggere lo spazio nella ricorrenza del segno pittorico che il territorio porta necessariamente con sé, segnali che diventano autonomi assieme al rumore del vento e allo scompiglio che fanno lo scrosciare delle acque e dei fili d’erba.

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